Caminetto: la pipa è un “maître à penser”?

caminetto“Stile e forma come espressione di filosofia. L’esperienza della Caminetto”. Carlo Fabio Canapa, con l’usuale sensibilità, in questo articolo confronta le prime Caminetto (Ascorti-Radice-Davoli) con le seconde (solo Ascorti). L’articolo è stato pubblicato su Smoking (n°2, luglio 1992). Piacendomi molto i suoi scritti, a Canapa come autore ho deciso di attribuire uno suo specifico tag (come già fatto per il più tecnico Musicò), in modo da renderne semplice il rintracciamento degli articoli in caso di navigazione nel sito per tags.

La pipa è un “maître à penser”?

Ci sono pipe belle e pipe brutte; pipe costruite e rifinite bene e pipe costruite e rifinite male; ci sono pipe buone e pipe cattive; ci sono pipe che fanno parte della storia (di una storia) e che, comunque siano, si inseriscono in una genealogia – ad un tempo generate e generanti – e pipe che una storia non l’avranno e non la faranno mai; ma ci sono anche pipe che, per le loro caratteristiche, una storia possono iniziarla. Sono elementi, questi, che sentono di esprimere il giudizio su una pipa, insieme all’altro, certo non secondario, costituito dal costo, che è spesso presupposto di scelta come termine del rapporto prezzo-qualità.
Elementi di giudizio, dunque, ma di un giudizio comunque in massima parte soggettivo, perché gli unici dati in qualche modo riconducibili all’oggettività sono quelli relativi alla costruzione ed alla rifinitura, nonché alla storia. Lo stesso fatto della pipa “buona” e della pipa “cattiva”, infatti, fa riferimento prevalente al gusto ed al modo di fumare personalmente ed i gusti, come si sa, sono diversissimi: basta pensare alle tante miscele olandesi che si vendono – e come si vendono – per rendersi conto di quanto sia soggettivamente legittimo anche il gusto più degenerato. Parametri concreti e non interpretabili, invece, sono offerti dalla tecnica costruttiva e dal background storico che, ad esempio, fa di una qualsiasi Dunhill comunque una Dunhill, come di una qualsiasi Castello comunque una Castello, o di una qualsiasi Charatan comunque una Charatan.
Tutto questo, per dire che una verità assoluta su di una cosa o su di una marca di pipe non esiste; e tutto questo per sentirsi legittimati – come ogni normale fumatore di pipa che dopo anni diventa un po’ collezionista – a parlare di “marchi”, analizzando nella loro essenza e per la loro personalità, senza che ciò implichi un giudizio finale di valore, che non si vuole esprimere, anche perché lo si considera, comunque, personale. Comunicabile per testimonianza, non per convincere e neanche per discuterne. Succede così che uno, magari mentre pulisce le sue pipe (momento di grande “rottura”, accettabile solo se ci si abbina la soddisfazione di una più intima conoscenza, derivata da una analisi puntuale di ogni singolo oggetto), faccia confronti tra l’una e l’altra, considerandole ad un tempo ottime e, pur tuttavia, notando le differenze reciproche: differenze anche contraddittorie, che però non diventano difetti, perché nel contesto di ogni singolo “pezzo” assumono il valore della caratteristica. Diventano momenti della personalità di quella pipa o, sovente, di quello specifico marchio.
Capita, allora, che ti passi per mano una serie di Caminetto – visto che negli armadietti sono allineate, divise per marche – e che pulisci di seguito Caminetto vecchie (le prime) e Caminetto attuali: hanno lo stesso nome, la stessa ottima e ben curata qualità costruttiva; ma sono assolutamente diverse: nell’anima, come nelle sembianze. Certamente non dipende dal legno, che sappiamo tutti come muti pezzo per pezzo e come non possa fare testo; ma neanche dalla capacità di proporsi per l’imponenza, legata a filosofie estetiche e funzionali connesse agli anni, per cui oggi si costruiscono pipe più raccolte e più discrete, che il dentista cercano di evitarlo più che sollecitarlo come alleato per via dell’incremento di fatturato (n.b.: è per un residuo di speranza, oltre che per una innata tendenza all’autoironia, che parlando di dentisti uno faccia riferimento al fatturato; ma tant’è!).
Una analisi attenta consente, comunque, di distinguere l’effimero dal costante, così anche questo elemento più immediato, l’impotenza, passa in secondo ordine. Però la differenza rimane, percepibile e sostanziale.
Una prima costante è dato riscontrarla nei finissaggi rusticati e sabbiati; la vecchia “Business” (rusticata) come la vecchia “Sablé d’or” (ovviamente sabbiata) pur nella loro raffinata accuratezza presentano una tessitura più larga e più profonda delle rusticate e delle sabbiate attuali, che invece sono caratterizzate da una maglia poco rilevata, morbida e fine. Le prime suggeriscono un senso di immediatezza e di naturalità, un rapporto che libera la materia e non la costringe; mentre le seconde sottolineano la mediazione tra invenzione e materia, non più presupposto, ma strumento di un gioco raffinato quanto, per così dire, intellettuale.
Una caratteristica reciproca che trova conferma anche quando si confrontano modellistica e risultati delle finiture lisce, dove la qualità del legno diventa, nelle vecchie Caminetto, condizione espressiva e occasione di elaborazione, mentre in quelle attuali è l’elemento che consente di esaltare una forma quale, comunque, si esprime in modo autonomo ed insufficiente.
Come proporre, allora, un giudizio complessivo sulla bellezza e sulla preziosità di tali prodotti? Il metro può essere solo quello dell’adesione di ogni singolo fumatore ad ogni singola pipa. Altre considerazioni in qualche modo oggettive, però, ci sembrano possibili: prima di tutte, quelle del rapporto tra le vecchie e le nuove Caminetto con le cosiddette forme classiche. Sotto questo profilo – ed in conseguenza coerente alle caratteristiche precedentemente individuate – sembra che si possa affermare come l’obiettivo delle vecchie Caminetto fosse quello di superare, prescindendone, la modellistica classica, alla ricerca dei momenti espressivi, validi in sé, al di là di ogni parametro di confronto con matrici dovute; le attuali, invece, evidenziano uno sforzo interpretativo importante di un archetipo che, però, si riconosce come riferimento necessario. A volersi buttare in sociologia, storicizzando la cronaca, si potrebbe dire che la vecchia Caminetto è in linea con gli auspici sessantottini di paligenesi, mentre le attuali hanno scelto di non prescindere dalla continuità evolutiva, valorizzando insieme tutte le successive esperienze sino a riporre, percorrendo a ritroso tale strada, le matrici primigenie, attualizzate. Liberatoria la prima ricerca; proposta di un nuovo ordine la seconda.
Non possiamo dimenticare, a questo punto, che non sono solo mutati i tempi e le variazioni, ma sono cambiati – anche se parzialmente – i costruttori: prima Ascorti e Radice, adesso solo Ascorti. Per non dire, perché lo collochiamo tra le ispirazioni e le motivazioni, che ora non c’è più Davoli. Capire cosa potesse significare l’accoppiata Ascorti-Radice in termini di ricerca, rispetto ad uno solo dei due, è possibile osservando una Ascorti e una Radice di questi giorni. La tecnica costruttiva è comunque ai massimi livelli e così pure la qualità delle rifiniture; ma mentre Radice, a partire dalle forme per arrivare alle guarnizioni ed ai materiali delle stesse, non si ritrae di fronte a qualunque novità e riesce ad interpretare in positivo anche qualche ridondanza per così dire folkloristica, Ascorti confluisce comunque nel classico, pur se lo vive con la sua personalità. Estroverso il primo, quanto misurato il secondo. Come estroversa e misurata insieme era la vecchia Caminetto: sempre inventata, ma fuori dalle righe.
Il risultato di un confronto, che nel prodotto diventa simbiosi, per il grande rispetto dell’oggetto e dei fumatori; ma un confronto che doveva essere ben faticoso, proprio per la differenza delle due “filosofie” che proponeva. Doveva esaurirsi; ma è stato tanto positivo, nel periodo in cui si è espresso, che in pochi anni è riuscito ad inventare una storia, perché la Caminetto, comunque, ha oggi una sua collocazione tra i protagonisti della vicenda piparia internazionale di questo ultimo scorcio di secolo.

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