Caminetto: la pipa coi baffi

Caminetto: la pipa coi baffiPaolo Guidi dedica la monografia che segue alla “rinascita” delle pipe Caminetto, le pipe coi baffi, avvenuta nel 1986. L’articolo originale è stato pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1986).

La pipa coi baffi

Ma sì, scomodiamo Giovanni Pascoli: «C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico». Nel «nostro» sole appena velato da un fumo azzurrino (ma appena appena, non siamo mica ciminiere) è ricomparsa la pipa Caminetto. Ai fumatori giovanissimi questo nome può non dire nulla, per gli altri suona come l’eco di una leggenda; anche se poi non occorre andare tanto indietro nel tempo per ritrovarne l’origine. C’è un atto di nascita, ufficialissimo nella sua scherzosa convivialità, che porta la data del 14 novembre 1968; non esiste certificato di morte, per la semplice ragione che dev’essersi trattato di morte apparente perché, infatti, eccola qui, la Caminetto è ben viva e vitale. E poi perché l’evento si è consumato tra il 1979 e il 1980 con lacerazioni interne ma senza manifestazioni pubbliche o comunque esteriori. A un certo momento nei negozi le pipe Caminetto cominciarono a scarseggiare, poi scomparvero dalle vetrine; i fumatori più accorti se ne fecero una scorta (e chi vuol vedere nell’uso di questi termini una voluta assonanza, vede giusto). Insomma, sono a Cucciago, Brianza, provincia di Como, due passi da Cantù, per constatare e riferire di una nascita o di una rinascita? Non importa poi molto, sempre di lieto evento si tratta. Per inquadrarlo, occorre il classico passo indietro. Leggo sulla rivista «Il Club della Pipa» del settembre 1970: «La Caminetto, chiamata anche la ‘pipa del baffo’ per via del caratteristico marchio impresso sul bocchino, è una marca che esiste solo da poco tempo. Tuttavia essa è il frutto dell’esperienza congiunta di un venditore-fumatore quale Gianni Davoli e due bravi artigiani quali Peppino Ascorti e Luigi Radice. Tutti e tre vantano nei rispettivi settori una esperienza non comune. Davoli, che è a stretto quotidiano contatto con fumatori raffinatissimi, sa bene quali tipi di pipe sono maggiormente richiesti. Ascorti e Radice nel loro laboratorio di Cucciago, un paesino alle porte di Cantù, realizzano materialmente queste idee creando modelli che all’estrosità uniscono la praticità. Peppino Ascorti, che esce dalla scuola di disegno artistico di Cantù, Luigi Radice che ha innato l’estro dei maestri brianzoli, hanno saputo unire in perfetta simbiosi la tecnica del più moderno ‘design’ con la tradizione».

Nel libro The Ultimate Pipe Book di Richard C. Hacker (vedi altro articolo correlato), in cui si sottolinea quanto siano ricercate le pipe Caminetto dai collezionisti americani, si può leggere: «La Tinder Box fu la prima a importare queste pipe in USA e più tardi le pipe Caminetto furono importate anche dalla Peterson’s Ltd prima che fosse acquistata dalla Associated Imports. Nel 1980 i tre soci decisero di dividersi e ciascuno prese la sua strada, con l’intesa che nessuno di essi avrebbe usato in seguito il nome Caminetto. Davoli si ritirò, ma Ascorti e Radice avviarono ciascuno una propria produzione, usando il loro nome. Così finiva il marchio Caminetto e il suo originale logo impresso in oro dei baffi di Davoli, folti e all’insù». Incidentalmente leggo anche che una Caminetto a doppio fornello fatta nel 1976 è stata venduta per 3 mila dollari; un’altra, singola, per 2 mila. Ma veniamo al personaggio Davoli. L’ho brevemente conosciuto alla grande manifestazione piparia di Arona del 1966 e non poteva non colpirmi. Sentite, del resto, come veniva presentato in un numero dello stesso 1966 della rivista «Il Club della Pipa» già citata: «Gianni Davoli, in taglio inglese e bombetta di S. James Street, ci accoglie nel suo caldo e profumato (s’intende di tabacco) negozio di Milano, in via Vitruvio 32… Simpatica figura e immediata comunicativa… Cognizioni ben precise, stile e preparazione tecnico-pratica… Appassionato e incallito fumatore di Pipa… Molti suoi amici lo considerano un maestro della difficile arte di insegnare a fumare la Pipa come si deve…» E così via. La fotografia che accompagna l’articolo mostra un sorridente giovanottone appunto con bombetta, abito gessato, ombrello arrotolato, occhiali e grossa pipa ricurva. Non ha baffi, che invece si ritrovano (accostati a quelli di Radice) nella foto che illustra l’articolo del 1970. Pare dunque che i baffi di Davoli siano cresciuti dopo che era stata adottata la simpatica definizione «la pipa del baffo» (suggerita, dicono, da un amico farmacista). Ma la cosa ha poca importanza, Davoli è stato un abile venditore anche di se stesso, nel senso che, come si direbbe oggi, ha saputo creare e curare la sua immagine insieme con quella che valorizzava i pregi intrinseci di una pipa.

Ritrovo un bel paio di baffi a manubrio sulla faccia arguta di Cesare, nel nuovo, lindo laboratorio di Cucciago. E dalli col nuovo. È la stessa sede della vecchia Caminetto, solo che l’hanno rimessa in sesto a puntino; e vecchi-nuovi sono lo stesso Cesare e l’altro artigiano Mario, nati alla pipa con la Caminetto del 1968, che trovo alle prese con certe favolose «boccettone» che, per essere subito chiari, sono teste di modello boccetta ma in formato gigante. Mario era già, allora, un esperto; Cesare era un ragazzo fresco di militare. Se i due artigiani rappresentano la continuità, il nuovo è rappresentato dall’architetto Paolo Mazzilli. Mi intrattengo con lui nell’ufficio-esposizione che sta sopra il laboratorio, tutto fresco e odoroso di legno chiaro (e tutto «fatto in casa»). Altro che baffi, Mazzilli ha fior di barba, già venata d’argento nonostante i giovani quarant’anni. Due figli maschi di dieci e nove anni, milanese, ha sempre lavorato nella progettazione architettonica, ma siccome dai diciotto anni fuma la pipa, suo grande amore, si è sempre divertito a disegnare. Ecco, è lui la nuova linea Caminetto. Una definizione? «Per chi cerca il qualcosa in più, ma nel classico».

Dietro la rinascita — è giusto dirlo — ci sono il coraggio, la tenacia, la caparbietà brianzola dei giovani fratelli Ascorti, che hanno lavorato duro per costituire un assetto societario senza strascichi (ultima bega da poco superata quella di un imitatore americano) e per avviare su solide basi una nuova rete di rapporti. Ora la Caminetto — mi spiega Mazzilli — ha una sua ben individuata linea produttiva e una gestione completamente autonoma. Della filosofia produttiva si è detto, potendosi aggiungere che accanto alle tradizionali forme Caminetto (non escluse quelle un po’ pazze), la nuova linea è impostata più sulla selezione che sull’estroso. Il vero elegante, secondo i classici dettami inglesi, è colui che non si fa notare: per l’architetto Mazzilli le nuove pipe Caminetto sono un po’ così.

Il marchio del baffo, ridisegnato, è fatto di due grosse virgole che spiccano in bianco sul metacrilato nero del bocchino. È prevista anche, per chi non ama la «vetrosità» del metacrilato, la lavorazione dell’ebanite, ma dalla lastra, non stampata. Si è pensato evidentemente ai collezionisti, perché sul cannello c’è una punzonatura di classificazione a croce che più precisa non potrebbe essere. Il primo numero si riferisce al modello, per ora una trentina di serie (per quanto si possa parlare di serie in una produzione totalmente artigianale). Segue, in alto a destra, il numero che indica la finitura: da 00 per le naturali fiammate lisce perfette fino all’8 per le rusticate (naturale, rosso, nero), passando per le naturali, le grigie, le noce, le rosse (tutte lisce), le sabbiate serie extra noce chiaro, le sabbiate naturale, rosso o nero. Osservo una rusticatura a grana fina, e anche la sabbiatura è tenuta leggera («filigrana più che scalpello — mi dice Mazzilli — per tenere in vista anche le vene piccole»); le sabbiate con maggior presenza e rilievo di venature sono trattate color noce, le altre nere o naturali. Riprendiamo la punzonatura. In basso a sinistra figura il numero della serie: 1. «Regular», 2. «Large», 3. «Peppino», 4. «Unique». Della «Large» ammiro una splendida Bulldog semicurva; nella «Peppino» (giusto omaggio ad Ascorti) il famoso Ovetto e il Sassofono. Per l’«Unique» non si può parlare di serie e di modelli, sono pezzi che vengono secondo il legno e l’estro, ma possono essere anche su misura e capriccio dell’appassionato. Quarta e ultima cifra, in basso a destra, l’anno di fabbricazione: sono tutte 01, ovviamente, queste fatte nel 1986.

Mazzilli mi fa osservare che il perno non è tagliato dritto, ma ha il suo svaso; e tiene a mostrarmi che nelle dritte la linea superiore cannello-bocchino è perfettamente orizzontale, mentre nella linea inferiore il bocchino è scavato e raccordato. Pignoleria per pignoleria: come mai nella sede della Caminetto non c’è un caminetto? Mazzilli mi assicura che ci sarà, con i primi freddi, una bella stufa a legna. Ma sono in preparazione cose ben più importanti, per esempio una linea di accessori; anzi, il pigino c’è già, ovviamente di nuova concezione. Tutto nuovo, dunque, in questa Caminetto che parte da 01; tutto nuovo eccetto il sapore della tradizione che s’incarna nelle mani di Mario e Cesare (che in più ci mette i baffi a manubrio). Naturalmente ci sarebbe da ricordare l’aspetto commerciale (che è quello in cui mi muovo più a disagio). Produzione prevista, 2 mila pipe l’anno, massimo 2.500 (la vecchia Caminetto marciava, pare, sulle 4.500). Distribuzione in America della Tinder Box, che ne vorrebbe tante. Andranno anche in Germania. E in Italia? Non più di una decina di negozi, quelli condotti da rivenditori «che abbiano rapporti particolari con il fumatore». I prezzi? Alti, medio-alti? Diciamo altini. Ma non vorrei concludere su questa nota. Ho portato con me due vecchie Caminetto, le mostro a Cesare e mi illudo che le riconosca. Almeno una, insolita, con tre specie di piedini che la tengono ritta. Cesare dice che sì, gli sembra di ricordare; si arriccia un baffo e sorride bonario all’inguaribile romantico.

La pipa coi baffi - Atto di nascita
Nell’immagine l’atto di nascita delle pipe Caminetto (1968).

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