Bellezza è nobiltà

bellezza“Bella, brutta, buona, cattiva: la scelta della pipa dipende dal personale gusto. Ma è oggetto o strumento del desiderio?” – questo l’occhiello dell’articolo di Carlo Fabio Canapa pubblicato su Smoking (n°2, giugno 1994). In sostanza una breve dissertazione su un tema che, presto o tardi, qualsiasi appassionato si è posto. Lo archivio nella categoria “fumatori” perché, a mio avviso, pur ragionando sul dove vada maggiormente ricercata la bellezza nelle pipe (e quanto debbano essere “strumento” e quanto “oggetto” – sintetizzando al massimo) al centro del discorso permane l’individualità del collezionista-fumatore di pipe.

Bellezza è nobiltà

Tanto tempo fa – era la prima volta che mi capitava di collaborare a Smoking – scrissi che era fondamentale che una pipa svolgesse bene la sua funzione primaria, che è quella di fumare (e cioè, tanto per evitare incomprensioni e contumelie, era importante che fosse forata bene e nella misura appropriata al modello, che fosse equilibrata ed il più possibile leggera in rapporto al volume, che fosse ben rifinita all’interno per evitare problemi tecnici di condensa, di occlusione o di traspirazione), ma che ciò che principalmente attirava in una pipa era il suo proporsi come oggetto.
Perché era questa sua “capacità” a muovere le sensazioni che ne avrebbero determinato la scelta e, soprattutto, era l’ampiezza degli orizzonti promessi che le consentiva di divenire obiettivo del desiderio del fumatore, suscitando quella voglia di possesso che muove all’acquisto. Tanto più se uno deve, come purtroppo sempre più spesso accade, misurare i suoi desideri con il suo portafoglio, per cui il desiderio deve essere tanto forte da suggerire sacrifici su altri piani.
Questo, in sintesi, quello che sostenevo; senza alcuna necessità di citazioni testuali, che implicherebbero una ricerca faticosa negli annali della rivista ed una presunzione agiografica che certamente non c’è. C’è solo, infatti, a giustificare questa autogratificazione, una sottile voglia di rivincita con il “gran capo”. Perché il suddetto – in chiaro, l’eminenza Fausto Fincato, il Fausto della pipa, come Coppi è stato il Fausto del ciclismo – tenne a sottolineare che, da convinto democratico praticante, avrebbe comunque pubblicato il mio intervento, anche se era in profondo disaccordo, perché la pipa è e deve essere soprattutto uno strumento da fumo; tutto il resto è accessorio e opinabile. Così disse. Così.
Passa il tempo, in verità neanche infinito; arriva il natale 1993, un brutto Natale. Appare il numero di dicembre di Smoking. Inizia, in quel numero, una opportuna inchiesta sugli orientamenti del mercato pipario e comincia con una intervista importante – ed interessante – a Franco Coppo, per così dire l’animatore della Castello. In quell’intervista – ora la citazione testuale è d’obbligo – si legge: “In un momento come questo, la pipa può diventare quasi un oggetto consolatorio e questa può essere una strada per guadagnare nuove fasce di pubblico. In che modo? Proponendo oggetti molto particolari … Io sono convinto che una strada da seguire sia quella che porta all’oggetto esclusivo, unico … Guardando una pipa che si impone per la sua personalità, il nuovo fumatore può decidere se l’oggetto pipa gli piaccia o meno, può sentirlo … io cerco di creare un bello che possa diventare anche il bello di chi mi segue”.
La citazione poteva essere più ampia e potrebbe comunque continuare; ma i lettori ricorderanno e poi … sarebbe proprio infierire. Dirà qualcuno – e magari anche il mio carissimo amico Fausto – che i tempi sono cambiati; ma è vero solo in apparenza. Perché la crisi economica e la marginalizzazione iconoclasta del fumo ha modificato quantitativamente l’ambito di frequenza della pipa; non ne ha modificato la struttura portante; non ne ha modificato le motivazioni di appartenenza. Il “discorso” di oggi si basa esattamente sullo stesso nucleo del discorso di ieri: i meno di oggi, infatti, sono soprattutto i rimasti fedeli da ieri. Né poteva essere diversamente, perché ci dovrà anche essere una specificità non solamente funzionale nelle scelte di chi, nell’era dell’usa e getta, preferisce “conservare” la pipa, piuttosto che “gettare” la cicca della sigaretta! Potrebbe finire qui e qui, comunque, termina la bonaria soddisfazione polemica che Fausto – convinto democratico praticante – mi perdonerà sorridendo. Resta però la voglia di qualche considerazione ulteriore sulle motivazioni di noi malati di pipa, che è un po’ autoanalisi (risparmiando, così, qualche salata parcella psicanalitica e consentendo, magari, un adorabile fiammata) ed un po’ manifesto morale di una categoria che oltretutto, tra i fumatori, dovrebbe meritarsi il Nobel della salute e dell’ecologia ed invece è pure meno sopportata dei cugini della sigaretta.
La pipa come oggetto, allora, innanzitutto perché la pipa come strumento è ormai da tempo standardizzata a livelli alti. Credo, infatti, che oggi le pipe fatte male siano solo quelle non fatte bene. Che sembra stupido. Ma voglio dire che, salvo casi alla fin fine eccezionali, oggi la gran massa delle pipe (e parlo di pipe, non di “souvenir”) sono fatte bene: quelle industriali per l’evoluzione tecnologica dei macchinari, quelle artigianali per reggere la qualità strumentale della concorrenza industriale. La pipa fatta male, così, diventa un deprecabile quanto raro incidente di percorso. Parimenti dicasi delle pipe “buone” e delle pipe “cattive”, perché delle due l’una: la pipa o è cattiva perché è fatta male e, quindi, siamo a quanto già detto; o è cattiva solo perché non piace a chi la fuma e allora ci potrebbero essere altri fumatori con gusti diversi a cui la stessa pipa piacerebbe. Magari anche molto.
La pipa allora – e questo esalta il suo essere oggetto – può essere buona o cattiva a seconda dell’incontro soggettivo con il singolo fumatore, non in assoluto. Quasi lo stesso criterio vale per la pipa bella e per la pipa brutta: è sempre un giudizio “relativo”, infatti, perché dipende dalla “relazione” che si instaura con chi la sceglie e la usa. Non è bella a priori una pipa fiammata e brutta una pipa sabbiata – così come a priori non c’è questa distinzione tra una pipa grande ed una pipa piccola; tra una pipa classica ed una pipa libera. Dipende dalla sensibilità e dalla destinazione d’uso di chi la sceglie.
Questo non discrimina tra la produzione di pipe, allora, né per tipologie, né per censo; ma va subito soggiunto che questo non significa neanche che tutte le pipe sono belle. Una pipa classica che tradisce i canoni a cui si ispira è una brutta pipa; una pipa libera che non esprime armonia (o una specifica e voluta disarmonia significante) è una brutta pipa; una pipa non rifinita accuratamente è una brutta pipa; una pipa che non esprime una proporzione adeguata tra forma, dimensione e peso è una brutta pipa; una pipa fatta con materiale scadente è una brutta pipa; e se è mascherata con qualche orpello aggiuntivo è anche un imbroglio. La bellezza, cioè, non è aristocrazia: è nobiltà. La differenza sono sicuro che Fausto la capisce bene e la condivide. Magari questa volta saremo d’accordo.

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