Balkan or Clan? This is the question

Balkan or Clan? This is the questionApprofitto del periodo agostano per editare un divertente resoconto turistico firmato da Gianni Fiermonte. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, ottobre 1988).

Balkan or Clan? This is the question

Il pullman che ci aspettava davanti all’albergo era lo stesso dei giorni precedenti, con un aspetto, se possibile, ancora più stanco e malandato. Il gruppo ci aveva scherzato sopra non poco. A me non dispiaceva e credo neppure a loro, se ci avessero assegnato una di quelle saette multicolori piene di ogni confort saremmo rimasti tutti piuttosto delusi. Dentro stagnava il fumo greve del tabacco russo. Mi piazzai seduto in fondo, aspettando che salissero gli ultimi ritardatari. Mi sentivo solo, infagottato e non propriamente felice. E soprattutto pentito di aver scelto questo viaggio all’estero, Leningrado e Mosca in 8 giorni proposto dall’ente dove lavoro a prezzo stracciato, però in due turni orribili, fine ottobre e primi novembre. Avevo preferito il primo per due motivi: speravo che facesse meno freddo in ottobre e in ogni caso avrei evitato una compagnia indesiderabile, diciamo un collega, il capo commesso di 2° Manlio Sciortino, che per il solo fatto di fumare tabacco mio, quello che mi danno da provare e non mi piace, in pipe mie, quelle che mi regalano e non mi vanno bene, si stava via via prendendo una confidenza sempre maggiore, con una invadenza che solo ed esclusivamente per mia congenita debolezza non riuscivo ad arginare. Avevo quasi cominciato ad odiare quelle sue clave pelose, dalle maniche eternamente rimboccate, che mi mulinavano dinanzi al viso per tutta la durata delle sue omelie giornaliere.

Mia moglie, semplicemente, aveva rinunciato perché, diceva, da bambina aveva sofferto di geloni. La stessa Leningrado, Hermitage a parte, quasi tutta ricostruita, mi appariva come una città replicante di quella che doveva essere stata l’originaria Pietroburgo prima che una certa Germania le dedicasse tante infuocate attenzioni. La meta odierna era una delle residenze imperiali ed io mi preparavo ad un pomeriggio di tedio. Indeciso, caricai la pipa ma non l’accesi. E la hostess di bordo, una bionda sui 25 anni con un visetto sbiadito che le stava avvitato sul collo come per uno scherzo di cattivo gusto, riprese a non togliermi un occhio di dosso. Era cominciato il primo giorno all’aeroporto e proseguito nei tours successivi. Non smetteva un istante di guardarmi e in quel suo italiano appreso sui libri, corretto, ma dagli accenti lasciati cadere sulle sillabe più impensate, quando poteva mi rivolgeva attenzioni, domande gentili, piccole cortesie. E bene che si sappia subito che io appaio quello che sono, un tranquillo ometto di mezza età ormai più scarso di crine che di adipe. Seppure ho avuto delle velleità, le ho riposte da un pezzo. E queste attenzioni non potevano essere spiegate neppure con il fatto, di per sé già poco significativo, che io viaggiassi solo. 

Nel gruppo vi erano dei colleghi non accompagnati, quantomeno di 20 anni più giovani e naturalmente predisposti ai cori e alle baldorie. Non sapevo farmene una ragione. Di certo, a riprova delle velleità definitivamente ringuainate, mi sentivo, molto più che compiaciuto, imbarazzato e timoroso del giudizio altrui. Le mie apprensioni per lo sviluppo della situazione ebbero conferma al ritorno. Nel pullman il gruppo cantò un poco poi, per il buio incipiente e per i miasmi del fumo all’interno, quasi gassato si assopì. Natasha risalì lentamente il corridoio centrale e mi si avvicinò. «Tutti dormono» mi annunciò «posso sedermi accanto a lei?» Confesso che tremai. Ho già detto che mi trovo in un’età nella quale di fronte a ormai improbabili avances femminili il timore comincia ad essere più forte della lusinga. Pensai in rapida sequenza che mi sarei dovuto spogliare, che avrei dovuto prendere certe iniziative, di certo subirle, non sapevo bene, un grande esperto non ero stato mai e quel poco che avevo provato mi pareva al momento definitivamente lontano ed altrui.

Comunque risposi che certo, poteva sedersi. Natasha cominciò a parlare, dapprima del più e del meno, poi venne al dunque. Mi disse che il marito aveva fatto parte della nazionale sovietica di canottaggio, che aveva vogato in Inghilterra da dove una volta riportò un tabacco il cui profumo le lasciava la casa odorosa per ore, finché è durato, certo, e che già dal nostro arrivo lei lo aveva riconosciuto nel mio. Mi sentii di colpo sollevato e ripercorsi in esultanza la penosa sequenza di qualche attimo prima, non più pancia da contrarre, avances da inventare, si, finalmente non avrei avuto un’avventura. Reso più cortese da questa certezza, le chiesi «ricorda il nome di quel tabacco, Natasha?» No, non lo ricordava ma era ugualmente certa che fosse il mio. Nella fioca luce del pullman le mostrai la scatola. «Balkan Sobranie» compitò in una certa pronuncia inglese. E di seguito il verdetto, «è questo!». Ormai potevo permettermi qualsiasi generosità. «Domattina, Natasha, ne avrà una scatola da 100 grammi». Seguitammo a parlare ancora un poco ma ebbi netta l’impressione che l’incanto precedente si fosse definitivamente spezzato. Fui ingeneroso con Natasha e pensai che, una volta ottenuto lo scopo, solo per pura cortesia si fermasse a chiacchierare ancora. Poi recuperai il mio equilibrio e credetti di capire. L’avevo delusa, forse si aspettava che le regalassi il tabacco quella sera stessa, forse aveva pregustato inutilmente la sorpresa di donarlo al marito ex vogatore. Però ormai l’avevo detto.

La mattina seguente, le consegnai il Balkan, subii i suoi calorosi ringraziamenti, chissà perché mi strinse tre volte la mano e mi invitò, se fossi tornato a Leningrado, a conoscere la sua casa. Il viaggio proseguì poi stancamente verso Mosca e infine con il rientro in Italia. Una quindicina di giorni dopo, chi aveva bussato alla porta della stanza non mi dette il tempo di rispondere «avanti» che già era di fronte alla mia scrivania agitando le braccia pelose. «Che viaggio, dottò, che viaggio! Peccato che non l’abbiamo fatto insieme!». Feci segno allo Sciortino di accomodarsi e riuscii ad inserire in quel tornado di meraviglie i nomi di un paio di luoghi sacri al turismo russo. «Con quello che ci abbiamo noi a Roma, dottò, non mi faccio più impressionà da gnente». Manlio Sciortino, siciliano di nascita e romano di adozione, già da tempo aveva rinnegato la sua origine in favore della nuova patria e adesso stava completando il processo di ibridazione dei rispettivi dialetti. «E anche er contesto sociale m’ha deluso, dottor Fiermonte. E pensare che io sò pure comunista, però quella è vita invivibbile». Chi parla per ossimori, non è tenuto a sapere cosa siano e infatti Sciortino non lo sapeva. Però aveva detto una cosa che condividevo e glielo feci capire. Così come gli feci intendere, con un percettibile movimento della sedia, che era giunto il momento del congedo. 

Ma questa volta il segnale non giunse a bersaglio ed io compresi che il sacco di Sciortino non era stato ancora completamente vuotato. «Ma la cosa più forte sa qual’è stata, dottò?» Io lo immaginavo, tuttavia feci segno di no. «Non ho bucato una notte, dottò, n’ho timbrata più d’una, di russa». «E certo», pensai, «ci sei andato apposta. Ti sarai riempito la valigia di collants e siccome sei pure comunista, avrai anche pensato di aver fatto il dovere tuo!» Ma Sciortino era ormai lanciato: «ho pure vissuto una telenovela con la guida, dottò, uno schianto». Non avrei dovuto ma lo chiesi. «Quale guida?» «La guida nostra di Leningrado, Natascia. Mi aveva puntato fino dall’inizio, poi non ha retto ed è sbottata. Mi ha raccontato che ci aveva un marito canottiere, che s’era riportato un tabacco dall’Inghilterra, mò era finito – dottò – però se lo ricordava bene, era proprio quello che fumavo io». «E che tabacco fumavi, Sciortino?» «Il Clan, dottò, quello che m’ha regalato lei. E poi, che in Inghilterra, con tutti i tabacchi che ci hanno, vendono pure il Clan?» Non mi sfuggì il primo indiretto quanto meritato rimprovero verso un tabacco che gli avevo regalato. Fino ad allora erano stati «uno mejo dell’altro». Ma a quel punto io volevo conoscere solo la fine della storia e non ammettevo disgressioni. Gli risposi che in Inghilterra vendono di tutto. «E poi?» «Eppoi gnente, dottò, le ho chiesto se saliva in camera a prenderselo e lì è successo il fatto. Ma quale marito vogatore?, ma quale Clan?, nun era vero gnente, quella voleva solo esse timbrata e credo che nun se n’è pentita». Forse perché aveva colto la mia espressione oppure perché chi vince può permettersi una qualche generosità, certo è che volle accomunarmi ai suoi successi. «Il fatto è, dottò, che chi fuma la pipa piace pure in Russia». Per Manlio Sciortino non parevano esserci dubbi. Per me, non saprei ancora cosa dire.

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