Baldo Baldi: mood genovese in mani di architetto

Baldo Baldi: mood genovese in mani di architettoPaolo Guidi (link agli altri suoi articoli) racconta Baldo Baldi. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1987).

Baldo Baldi: “mood” genovese in mani di architetto

Non è un nome inventato, non è neppure un nome d’arte: si chiama proprio Baldo Baldi e quel nome di battesimo assonante con il cognome lo deve semplicemente a uno zio che lo portava. Quanto a lui, a prima vista, diresti che gli sta a pennello. Si legge nel «Dizionario etimologico della lingua italiana» di Cortelazzo e Zolli (editore Zanichelli) che baldanza è “esuberante sicurezza nelle proprie forze che si manifesta nelle parole e nei fatti, e che baldo è colui che mostra disinvoltura e sicurezza”. Tutto vero, per il nostro Baldo Baldi, se non fosse per un velo di malinconia che spesso arriva a coprire esuberanza e disinvoltura, e per qualche ventata di poetiche incertezze (o divagazioni) che talvolta fa traballare la sicurezza. Ma qui si psicologizza invece di biografare come si dovrebbe. E allora diciamo che Baldo Baldi, pipaiolo di poche pipe, nasce all’isola d’Elba una quarantina d’anni fa, approda a Genova con la famiglia nel 1958, frequenta il liceo artistico, si laurea architetto a Milano nel 1973, comincia a fumar la pipa quando ha appena sedici anni e si mette a farne, per divertimento, nel 1968. Partecipa a quei concorsi di pipa-hobby che il «Club della Pipa» di Montefameglio mette di moda e si classifica bene. Tenta l’insegnamento, che non gli piace (ma sposerà un’insegnante), e si occupa di architettura d’interni, cioè di arredamento. Oggi è padre di un maschio di undici anni e di una bimba di nove. Fine della biografia generale.

Il pipautore (con la u) Baldo Baldi nasce, come si visto, per hobby e forse soprattutto dalla passione per la scultura coltivata sin dagli anni della scuola. Sui vent’anni — racconta — ha la “rivelazione” che l’hobby può rendere: paga il conto del dentista con una pipa fatta con le sue mani. Ma è soltanto una decina di anni fa che abbandona ogni altra occupazione per dedicarsi esclusivamente alle pipe. E per farle «professionalmente» mette su un minuscolo laboratorio in via del Chiapparo 6 a Genova-Quarto: la via del Chiapparo è una tipica «creusa», cioè una stradina in salita dove — dice — passa a malapena una 500; in compenso lascia vedere un pò di mare e sfoggia persino qualche ulivo. Da questa «creusa» le sue pipe partono anche per l’America. Sotto la voce Baldo Baldi, nel volume “The Ultimate Pipe Book” di Richard Carleton Hacker, si può leggere: “Makes extremely high quality pipes in Italy costing hundreds of dollars and aimed at the high grade collector/smoker”. Traduzione (alla buona) per i pochi che non sanno l’inglese: «Fa in Italia pipe di altissima qualità che costano centinaia di dollari e sono molto ambite dal fumatore collezionista». Le «centinaia di dollari» potrebbero spiegare come si riesca a vivere facendo 250 pipe l’anno (tante, più o meno, dice di farne Baldi); ma gli americani sono molto  espliciti in fatto di denaro, argomento su cui in Italia preferiamo sorvolare.

Baldi ama paragonare il suo piccolo laboratorio alla «bottega» quattrocentesca; nel suo caso, però, il «maestro» è solo, senza allievi o apprendisti, ma il paragone vale per l’atmosfera, lo spirito, il comportamento umano e tecnico. Lavora da solo ed è un isolato nel mondo della pipa, un pò per scelta personale, un pò perché Genova è periferica rispetto a tradizionali nuclei produttivi. Lavora radica ligure, naturalmente, si rifornisce di abbozzi e placche ad Arma di Taggia. Siccome produce poche pipe, il legno ha tutto il tempo per stagionare, anche più anni del previsto dalle consuetudini produttive, perché il luogo in cui è conservato lo mantiene «vivo». Fa modelli classici, e sia pure un classico rivisitato con il suo estro e il suo gusto; quando si stufa del classico (e del tran-tran lavorativo in genere), o quando la radica gli offre una particolare ispirazione, si butta a scolpire seguendo la sua più vera vocazione. La pipa «scolpita» di Baldi non ha niente a che vedere con ciò che il termine indica tradizionalmente: è una sintesi di linee e piani, un gioco di volumi, in cui confluiscono gli insegnamenti del cubismo e di altre espressioni dell’arte moderna. Non per nulla Baldi sostiene che per far pipe ci vuole cultura.

Cultura e quella attitudine artigianale che porta a provare e riprovare finché non si trovino le soluzioni ottimali. Per esempio una giusta conicità nel foro del perno del bocchino che riduca la condensa; per esempio — restando nella stessa sezione della pipa — la lucidatura dell’«invito» nell’alloggiamento del cannello che ospita il perno medesimo. Sono i particolari che fanno una pipa «diversa». Altri inseguono le «trovatine», tipo inserti, rondelle e simili, ma Baldi le detesta, non gli va neppure di mettere una ghiera; lui «sfrutta» il legno, lo «piega» a una certa forma, e basta. Ci vuole coraggio, per questa scelta di assoluta purezza; e forse un pò di quella sicurezza di sé che, stando al Dizionario, si ritrova nel nome Baldo. Per completare il ritratto, a quelle definizioni che abbiamo citate se ne dovrebbero aggiunger altre come buongustaio (e capace di far mirabilia ai fornelli), gaudente (evitiamo di specificare), irrequieto, buon conoscitore di vini (soprattutto bianchi), un pò sognatore, giocatore di tennis per ragioni di linea. Ma è giusto completare anche il ritratto delle sue pipe: sono segnate con B. Baldi e una pipetta con coroncina (questo è il marchio); non hanno indicativi di classificazione (ognuna è un individuo a sé, che ci sarebbe da classificare?); hanno l’interno del fornello grezzo, neppure lucidato; il segno bianco sul bocchino è un trattino orizzontale a lunetta, nato con un colpo di lima semi-tonda. Pochissime le sabbiate, qualche rusticata a grana grossa: non si arriva alla ventina, il resto è liscio, ovviamente con fiamma e occhio di pernice (chi scrive, dopo aver visto un paio di pipe con questa finitura, se le è sognate di notte). 

Le forme libere sono tutte piuttosto sul «chubby», cioè pienotte, ricche di legno. Il bocchino è di plexiglass, con qualche concessione al cumberland; imboccatura sul largo. Già: dove si trovano le pipe di Baldi? Un buon numero da Carmignani a Roma, che è stato il primo a farle conoscere; inoltre da pochissimi rivenditori. Il prezzo è sostenuto per i modelli classici, «da amatore» per i modelli particolari per forma o disegno della radica. Pipatore da sempre oltre che pipautore (con la u) è l’uomo giusto per chiedergli: con quale tabacco si sposano meglio le sue pipe? Un suo amico collega in architettura giudica matrimonio perfetto quello con una miscela di Sullivans, Italia e Amphora (non era la «miscela Fincato?»). Lui, Baldi, dice di aver ottenuto la resa migliore con Balkan bianco e spuntature di Virginia (suo pallino, provenienza svizzera). Oggi fuma abitualmente una miscela composta in parti uguali da St. Bruno e Park Lane, con aggiunta delle stesse amate spuntature. Manco a dirlo, fuma pipe sue, quelle che non vende perché hanno un paio di puntini o una fessurina; sempre che non le abbia sbattute contro il muro per la rabbia della sgradevole sorpresa venuta fuori dopo ore di lavoro.

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