Autopsia di una pipa di schiuma

autopsia di una pipa in schiumaIl racconto di Giancarlo Seghizzi (Smoking, n°4 dicembre 1977), a proposito di una sfortunata pipa in schiuma, mi ha riportato alla mente una disavventura simile accorsa pure a me qualche anno fa. Nel mio caso, a restarmi letteralmente in mano, spezzata in due per un difetto strutturale, fu una Dunhill 5103 army mounted appunto in schiuma di mare. Con estrema onestà e signorilità, Adige Morigi (con negozio-tabaccheria in Ravenna) fece in modo che potessi sostituire la schiuma rotta con altra pipa (in radica!) di pari valore.

Autopsia di una pipa in schiuma

Chi per primo intuì lo stretto legame e le profonde affinità, direi quasi elettive, che intercorrono tra la pipa e l’eterno femminino era fuor di dubbio un gran saggio. E in quanto tale non poteva che essere un fumatore di pipa. Ciò premesso passo a narrarvi la mia triste storia, che ebbe inizio in una nebbiosa sera d’autunno, quando tornando a casa dalla stazione camminavo a testa bassa, negli occhi ancora la malinconica visione di un treno che si allontanava, lasciandomi almeno temporaneamente scapolo. Mentre immaginavo i giorni neri e le notti bianche che mi attendevano, l’idea del tradimento non sfiorò la mia mente neppure per un istante; ma è l’occasione che fa l’uomo ladro: non so quale istinto mi spinse ad alzare gli occhi e fu cosi che la vidi.
Era bella, indescrivibilmente bella, brillante di luce propria nelle tenebre della sera, le curve flessuose che disegnavano un corpo di perfette proporzioni in un trionfo di armonia che non esiterei a definire «formosa». Fu un amore a prima vista, un vero colpo di fulmine: quasi senza accorgermene mi ritrovai col portafoglio più leggero mentre le mie mani stringevano delicatamente la pipa di schiuma di mare viennese che fino a pochi istanti prima, l’incarnato candido e soffice come la neve, il bocchino ricurvo giallo ambrato che mi invitava a prenderlo tra le labbra, si lasciava alteramente ammirare dietro la vetrina, dall’alto della sua «turris eburnea» circondata dal fascino di una tradizione secolare.
I primi approcci non furono un rodaggio, ma una meravigliosa luna di miele, «una dolcezza al core che’ntender no la può chi no la prova», un inebriante valzer viennese che sembrava non dovesse mai aver fine. Invece, a poco a poco, i nostri rapporti si deteriorano: la scarsità di tempo libero, il ritmo frenetico della vita moderna, la necessità di elargire le mie attenzioni anche alle altre pipe del mio harem mi portarono a trascurarla fino al punto di non fumarla per un’intera settimana. Forse era gelosa, forse si era sentita trascurata o più probabilmente non le avevo dedicato sufficienti attenzioni dopo l’ultima pipata, fatto sta che quando cercai di fumarla mi si rifiutò: il bocchino era saldamente incastrato nel cannello e non voleva saperne di uscirne. Non volli forzare la mia aristocratica e sdegnosa compagna e rinunciai, dando il via ad una serie di studi e di consulti per salvare i nostri buoni rapporti. Impostai scientificamente il problema e non più il fumatore ma l’ingegnere parti dalle cause per giungere, attraverso gli effetti, ai rimedi: l’innesto tra bocchino e cannello era a pressione mediante due ghiere di metallo leggero, con ogni probabilità di lega a base di alluminio; l’inconveniente era stato determinato dall’azione combinata sia della soluzione acquosa di nicotinaacquerugiola») che si condensa nel cannello per l’umidità del tabacco, sia della saliva che, specialmente nelle pipe curve, tende a scivolare nel bocchino e di qui nel cannello; il risultato di questa doppia azione era stata la formazione di ossido d’alluminio con conseguente parziale saldatura chimica delle ghiere, il tutto probabilmente protetto da un velo di carbonato di calcio, la stessa sostanza che la saliva forma alla base dei denti («tartaro»); da tutto ciò: impossibile raggiungere la zona incrostata con un vibratore ad ultrasuoni (ma anche in questo caso la schiuma, che è delicatissima, avrebbe resistito?) e addirittura assurdo tentare di estrarre il bocchino di forza, perché avrebbe sicuramente comportato la rottura del cannello: ogni azione meccanica era da escludersi; se volevo tentare qualcosa dovevo farlo per via chimica, attaccando il sale con un acido e l’ossido con uno dei tanti preparati de-ossidanti che sono in commercio. Ma, come il carbonato di calcio, anche la schiuma di mare è un sale, il silicato di magnesio, e come tale è sensibile ad agenti acidei, cosicché decisi di tentare con un acido debole, quello acetico, in soluzioni via via crescenti, accoppiato con una leggera azione termica e meccanica.
Quando finalmente ebbi reperito il materiale che mi occorreva mi sentivo come un chirurgo che tenta di salvare la moglie con una disperata operazione. Avevo minime possibilità di successo, ma non volevo rassegnarmi a fumare una pipa condannata a spegnersi ogni dieci minuti per essere sgocciolata. Così scaldai acqua e aceto, svitai il bocchino dalla sua ghiera, pulii il cannello col liquido sciogli-nicotina e con un cucchiaino cominciai a versare la soluzione calda nel cannello, forzando ogni tanto delicatamente le ghiere in senso assiale e rotatorio per vincere l’attrito di primo distacco. Purtroppo la incrostazione si dimostrò più resistente della schiuma, dato che quest’ultima cedette all’improvviso con un rumore sordo e sinistro, lasciandomi il fornello della pipa in una mano ed il cannello nell’altra. Il fallimento era prevedibile, ma la coscienza mi rimordeva come a un assassino; superato lo shock ed il senso di colpa, decisi di «effettuare l’autopsia della vittima» proseguendo l’esperimento, fino a che la schiuma intorno alle ghiere fu completamente distrutta, mentre l’incrostazione manteneva pervicacemente uniti i due anelli di alluminio, per separare i quali si resero necessarie addirittura delle potenti martellate.
La «morale della favola» di questa esperienza è un omaggio al principio che «è meglio prevenire che reprimere». Alla luce di quanto prima descritto è mio modesto parere che non sia possibile rimuovere da una meerschaum ad innesto bi-metallico incrostazioni di questo genere: il problema va risolto a priori, impedendo cioè che si verifichi detto inconveniente. Per ottenere ciò sono sufficienti alcuni piccoli accorgimenti: controllare che l’innesto abbia un certo gioco e che non forzi, specialmente a caldo; eliminare le asperità con tela smeriglio finissima; mantenere sempre la pipa perfettamente pulita ed asciutta; lasciarla riposare col fornello in basso e con uno scovolino pulito nel cannello; lubrificare ogni tanto l’innesto con grassi o meglio con polvere di grafite; qualora dovesse restare inutilizzata per lungo tempo consiglierei addirittura di separare il bocchino dal cannello, perché, anche se la pipa è perfettamente pulita, c’è sempre l’umidità atmosferica che può giocare qualche brutto tiro. Per concludere vorrei aggiungere qualche altro consiglio di carattere generale ai possessori di pipe di schiuma: il silicato di magnesio è una sostanza delicatissima; conservate la vostra pipa nel suo astuccio, non portatela in giro ed evitatele sbalzi violenti di temperatura. Solo così sarete sicuri che la vostra squisita compagna vi resterà fedele ed intatta per tanti, tanti anni.

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