Arte di radica e pipe in Liguria

Arte di radica e pipe in LiguriaCarlo Lodi, già Presidente della Federazione Italiana dei Circoli della Pipa nonché Gran Maestro della Confraternita Italiana della Pipa e del Fumo Sapiente, di seguito riporta il resoconto di un suo viaggio in Liguria, tra cioccaioli, segherie e pipe artigianali. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, ottobre 1994).

Arte di radica e pipe in Liguria

Che la Liguria sia terra favorita dalla natura quanto a ricchezza di erica arborea si sapeva; io però fino a qualche tempo fa non conoscevo l’esistenza a Sanremo di un abilissimo, quanto innamorato della radica, artigiano che risponde al nome di Gino Tarabella. Ho conosciuto le pipe “La Fiamma” all’ultimo trofeo internazionale di lento fumo di Genova ed incuriosito dalla loro forma e da alcune particolarità del bocchino, ho deciso di telefonare all’artigiano per sapere qualcosa di più su quelle pipe che, con un certo dispetto, dovevo ammettere di non conoscere.

“Lei deve venire qui da noi, per vedere il nostro modo di fare le pipe, ma soprattutto per vedere il nostro modo di trattare la radica. Se non c’è un buon legno, l’abilità dell’artigiano è assolutamente sprecata”. Le parole semplici ed i modi appassionati di Tarabella mi colpirono e così decisi che aveva proprio ragione: avrei dedicato qualche giorno delle mie vacanze estive ad una visita alla Liguria. Così è stato e vi assicuro che quei due giorni sono stati i più belli ed interessanti delle mie ferie. La Valle Argentina, attraversata dall’omonimo torrente, possiede molti boschi ricchi di erica arborea, mi aveva detto Gino Tarabella, e quindi era da lì che doveva iniziare la mia visita alla Liguria. La Valle Argentina è bella e spettacolare e merita di essere vista, a prescindere dall’interesse per la radica. Purtroppo da quella valle risparmiata dagli incendi si può vedere lo scempio che attorno ad essa ha fatto il fuoco e che, fra le enormi perdite, ha provocato anche quella di un bene prezioso per noi fumatori di pipa che non viene mai nominato quando si parla degli incendi. Dopo una lunga passeggiata sui sentieri che attraversano i boschi di macchia mediterranea, ancora ricca, anche se non come un tempo, di erica arborea, gli stimoli dell’appetito cominciano a farsi sentire ed allora ci si mette alla ricerca di un locale degno di fare da intermezzo ad una giornata iniziata nel migliore dei modi. Arriviamo così a Carpesio, da Valerio, ristorante degno di essere raccomandato a tutti gli amici. In un ambiente che ha mantenuto lo stile di tempi ormai lontani, ci accolgono con signorilità Valerio stesso e la gentile consorte per farci gustare tutte le delizie della cucina ligure, da loro stessi preparate, accompagnate con i vini delle loro terre. Non potevamo non lasciarci con un arrivederci ai tempi in cui Valerio, grande appassionato della caccia al cinghiale, ci farà deliziare con altri piatti della sua squisita cucina.

Terminata la visita ai luoghi dei cioccaioli, la prossima tappa saranno i luoghi dei segantini. Le segherie, un tempo (fino agli anni ’40) erano molto numerose in Italia: se ne potevano contare fino a 500; ora sono ridotte ad una quindicina. In Liguria, fino a prima della guerra esistevano 8 segherie con una media di 5 addetti; oggi ne sono rimaste soltanto due: quella di Filippo e Domenico Romeo, a Taggia e quella di Domenico Giordano (nipote di Filippo Romeo) a Badalucco. La nostra visita sarà alla prima delle due. Ci accolgono Pippo (il figlio Mimmo è in vacanza) e la simpaticissima signora Adalgisa, che gestisce l’aspetto amministrativo della segheria. Pippo, calabrese di origine, ha girovagato per diversi luoghi di produzione della radica, prima di stabilirsi a Taggia. Esordisce ricordando l’“Erica”, segheria nella quale ha lavorato prima di mettersi in proprio. Alla segheria Erica lavoravano 30 segantini, ma lui certamente doveva essere il più abile, visto che riusciva ad ottenere addirittura il doppio dei pezzi che uscivano dalle mani degli altri segantini. Pippo ha aperto la sua segheria nel 1959: allora erano in quindici, ora sono rimasti in due soli: padre e figlio. La fortuna di Pippo è quella di avere un figlio. Mimmo, che ha ereditato da lui la passione per la sua arte, che ora sta proseguendo l’attività paterna con entusiasmo ancora maggiore, assicura Pippo, e che ha in testa grandi idee per la ristrutturazione e l’ammodernamento della segheria.

Mentre Pippo ci affascina con il suo amore per la radica, noi pensiamo che la fortuna di avere un figlio come Mimmo è non solo sua, ma anche di tutti noi fumatori di pipa; cosa succederebbe nei prossimi anni se la tendenza nell’attività di cioccaioli e segantini dovesse proseguire come è avvenuto finora? La domande ci viene in mente quando Filippo ci ricorda che il momento più felice per il mondo della pipa è stato negli anni trenta, quando, negli Stati Uniti d’America, esisteva una fabbrica di pipe con addirittura diecimila operai. La segheria Romeo lavora tre/quattro quintali di radica al giorno. I ciocchi, al loro arrivo, vengono depositati nel magazzino sotterraneo. La qualità della radica, in particolare quella ligure, è notevolmente scaduta negli ultimi anni, per cui la provenienza della materia prima è spagnola o francese (in particolare corsa). Nel magazzino di deposito, i ciocchi vengono bagnati due volte al giorno, per mantenere il giusto grado di umidità ed è curioso vedere come, da un perfetto grado di temperatura ed umidità, dai ciocchi spuntino e crescano ramoscelli e foglioline di erica. I ciocchi, sistemati in apposite casse, vengono trasferiti con un montacarichi nella segheria soprastante il magazzino.

A questo punto, il momento più emozionante della giornata: Pippo, seduto su un seggiolone, davanti alla sega circolare, estrae dalla cassa un ciocco, lo studia attentamente per decidere il verso del taglio ed il numero di placche od abbozzi che dovrà generare e poi lo invia alla sega con una maestria che ha dell’incredibile, le placche e gli abbozzi ottenuti vengon messi in ceste diverse per ricevere i fiammati, gli extra, la prima o la seconda qualità. Quello che lascia più impressionati è la velocità con cui tutte le operazioni descritte (compreso lo studio del ciocco e la determinazione della qualità) vengono eseguite. Lo scarto della lavorazione è elevatissimo: circa il settanta-ottanta per cento; questo scarto però non è inutilizzato ma viene usato per la bollitura. Infatti i pezzi migliori vengono messi a bollire in acqua in una caldaia esterna alla segheria. L’acqua raggiunge l’ebollizione dopo tre ore dall’accensione, a questo punto le placche vengono fatte bollire per dodici ore ed, alla fine della bollitura, lasciate nella caldaia per altre quaranta ore, se d’estate, o dodici ore, se d’inverno. Come noto, la bollitura ha lo scopo di togliere alla radica il tannino, che è una sostanza amara: ciò contribuirà a rendere dolce il fumo del tabacco nella pipa. La successiva fase di essiccazione, che può avvenire in loco oppure presso l’acquirente, avrà una durata di otto-dodici mesi.

Alla fine della lavorazione, le placche e gli abbozzi vengono raccolti in balle (sacchi) che hanno una capienza che varia da ventiquattro a centootto dozzine, a seconda delle dimensioni dei pezzi. La prima giornata è così terminata: partiti dagli arbusti di erica arborea, siamo arrivati agli abbozzi. La giornata successiva è dedicata alla visita del laboratorio artigianale delle pipe “La Fiamma”. Il simpaticissimo Gino Tarabella, toscano di nascita, dopo una lunga permanenza in Piemonte, si è stabilito definitivamente in quel paradiso (per il clima, ma ora anche per le pipe) che è Sanremo. Il laboratorio di Tarabella è ricavato nella sua stessa abitazione, al piano terra; è molto piccolo (a stento accoglie tre persone), ma sembra incredibile la quantità di materiale e strumenti che riesce a contenere; Gino Tarabella vi lavora da solo, a volte visitato, ma con molta discrezione, senza distrarlo troppo, dalla moglie; produce due pipe al giorno, per una produzione annua di circa cinquecentoventi pezzi, ma tutti di pregevolissima qualità. Anche i pochi attrezzi presenti nel laboratorio Tarabella se li è costruiti tutti da sé. Assistere alla “creazione” della pipa è stato affascinante, in tutti i suoi momenti.

 Gino Tarabella - immagine di repertorio
Nell’immagine: Gino Tarabella (fonte Smoking).

Il primo momento è lo studio della placca (Tarabella usa solo legno pregiatissimo che lui stesso sceglie nella segheria dell’amico Pippo Romeo): in funzione del tipo di pipa che ha in mente di creare, osserva le caratteristiche del legno e le sue proporzioni, fino alla scelta di quello più adatto. “Il merito di una buona pipa va prima di tutto alla pianta che ha prodotto la radica e poi al segantino che ha saputo cogliere il modo giusto di tagliare il ciocco; l’opera di noi artigiani dipende moltissimo da questi due fattori ed è profondamente ingiusto, come molto spesso si fa, attribuire tutti i meriti di una buona pipa esclusivamente all’artigiano” ci dice molto modestamente, ma con fermezza, Gino Tarabella. Effettua quindi una prima levigatura, che ha il solo scopo di consentirgli la misurazione della placca, ai fini di definire le esatte dimensioni della pipa. Disegna quindi con la matita sulla placca la forma della pipa. “Prima di iniziare a fare la pipa bisogna leggere molto bene il legno; l’errore più grave che si può compiere è quello di lavorare la placca nel verso sbagliato”. Tarabella lavora solo placche ed, a questo punto, sul disegno appena fatto, crea l’abbozzo, con molti passaggi e con estrema cura. Questo è il momento più delicato, perché è in questa fase della lavorazione che la pipa inizia a fare i capricci (e, come le donne, quanto più è bella, tanto più è capricciosa); va quindi trattata con estrema cura ed attenzione; superato questo difficile momento, la pipa incomincia a darsi delle arie, ma ora è più facile domarla. Le successive operazioni sono, nell’ordine, la foratura della testa per la creazione del fornello e la preparazione della testa; a questo punto il camino è fatto e si tratta ora di preparare il bocchino.

Una particolarità delle pipe “La Fiamma’ è la lunghezza della “spina” del bocchino, questo per far sì che spina del bocchino e foro nel cannello combacino perfettamente e vi sono due validissime ragioni per dare estrema importanza a questo fatto, spiega Tarabella: la prima è di evitare il formarsi di condensa e di depositi all’interno del cannello, perché i depositi nel cannello sono poi praticamente impossibili da eliminare e possono rendere dopo breve tempo la pipa disgustosa da fumare; l’altro motivo importante anche se non quanto il primo, è quello di rendere possibile ed agevole il passaggio dello scovolino in tutta la pipa, nella prima pulizia appena dopo la fumata, a pipa ancora calda. La finitura della pipa è fatta completamente a mano, usando carta vetrata via via sempre più fine: non è questa un’operazione molto difficile, ma richiede la pazienza di un certosino, oltre che molto tempo, ed è anche in questi aspetti che si denota il grande amore dell’artigiano per le sue creature. Alla fine, il passaggio con pasta abrasiva e la lucidatura con cera carnauba completano quella che ora, per me, è una vera opera d’arte.

Con orgoglio Tarabella mi fa notare che la stessa attenzione che ha dedicato all’esterno della testa, ha dedicato anche all’interno del fornello (ha levigato e lucidato anche questo). “Una pipa che esce dalle mie mani voglio innanzitutto che sia di ottima radica e poi che sia, non posso dire bella perché questo fatto è troppo soggettivo, ma curata fin nel minimo particolare”. Da quando ho cominciato a coltivare il mio amore per la pipa vado rafforzando una considerazione: le pipe veramente artigianali, essendo un’opera d’arte, come la musica o la pittura esprimono l’animo e la personalità dell’autore. Da questo punto di vista le pipe “La fiamma” le potrete riconoscere tra mille: il particolare a mio avviso più notevole sono i due incavi ai lati del fornello, incavi che rendono piacevolissima la presa della pipa e molto comoda la tenuta in mano. “La pipa è fatta per essere tenuta molto più in mano che in bocca e, dei sensi che la pipa ed il suo fumo soddisfano, il tatto non va mai trascurato”. Anche la mia seconda, meravigliosa, giornata di ferie pipatorie volge al termine, ma prima di accomiatarmi da Gino Tarabella, mi sembra quasi ovvio domandargli il significato del nome da lui dato alle sue pipe, aspettandomi una risposta altrettanto ovvia. “Non è come si può pensare: la fiamma è l’amore che nutro per questo prezioso legno, amore che mi ha indotto ad abbandonare la mia attività lavorativa per dedicarmi completamente ad esso e dell’amore che nutro verso di lei, la radica sa ricompensarmi con grandissime soddisfazioni”.

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