Amor di Dunhill

Amor di Dunhill

La lettera aperta “Amor di Dunhill” può essere considerata una replica al simpatico articolo “Un tempo sul Tamigi“. Parimenti di piacevole lettura, sposta però il focus esclusivamente sulle pipe Dunhill, intese qui come preferenziale “strumento da fumo”. Scritta da Nicola Rienzi, all’epoca corrispondente da Lima dell’ANSA. L’originale è tratto dalla rivista Smoking (n°3, settembre 1986).

Amor di Dunhill

Sono abituato a cambiamenti, a differenti usi, a dissimili costumi ed a gente diversa, dopo aver a lungo vissuto nel Nord dell’Europa, nel Medio Oriente, in Africa, nell’America Settentrionale e in Paesi latino-americani. Nell’ambito del fumare e dei suoi accessori, conosco tabacchi che non sembran tali (che sembrano paglia o chiodi di garofano triturati), ho provato pipe di gesso, di schiuma, di radica, di terracotta, di semplice legno, di porcellana, persino (in un’isola del Pacifico meridionale) pipe di fango disseccato al sole e col bocchino d’osso di pellicano. Così oggi posso asserire di poter fumare senza alcun inconveniente con qualsiasi tipo di pipa… purché, naturalmente, si tratti di una pipa Dunhill. In questa mia pluridecennale preferenza potrebbero certo entrare componenti del tutto estranei al reale valore e al rendimento dell’oggetto che uso per fumare… come un occulto snobismo o come complessi derivanti da una immedicabile mancanza di ricchezze. Quello di ostentare marche note di pregio è infatti uno dei sintomi che sovente rivelano un passato (e un presente) se non di vera e propria povertà almeno di relativa ristrettezza economica e contemporaneamente negativa e mal riposta ambizione. Forse effettivamente “il punto bianco” che contrassegna il bocchino della pipa in questione è per taluni ciò che per altri è il visibile rinomato marchio di fabbrica su cravatte, fibbie per cinture, camicie, borse, maglie e tanti altri indumenti ed accessori personali. II fatto che qualcosa sia possibile non significa tuttavia che sia vera, come il non escludere non corrisponde all’affermazione… forse ho voluto come si suol dire «mettere le mani avanti» per evitare le troppo ripetute obiezioni (dense di presunte valide argomentazioni) quando affermo — come ho sempre affermato — «preferisco una Dunhill ad un’altra pipa», «preferirei una Dunhill anche se non avesse il dischetto d’avorio sul bocchino, anche se dovessi essere il solo a sapere che è una Dunhill (come per esempio se per un accordo col fabbricante la scritta non fosse incisa nella radica»).

Avviene per la Dunhill quello che mi capita con una coppia di fucili regalatami da mio padre trent’anni or sono, al Cairo, quando andavamo assieme alla caccia ai beccaccini. Il fatto che siano due fucili di grande prestigio è del tutto marginale: la realtà è che io con quelle due «doppiette» sparo meglio che con altre armi di fabbricazione diversa (ma anche questo viene regolarmente contestato con discorsi antipatici, anche nelle birrerie, luoghi nei quali ritengo si incontrino persone più simpatiche ed intelligenti che altrove). Le più importanti conversazioni su qualità e pregi di pipe e di misture di tabacco si svolgono nelle birrerie per due principali motivi: il primo è che la birra è l’unica bevanda che può accompagnare per qualche ora discorsi e fumate di pipa, il secondo è che la birra rappresenta un modo di vivere (esistono invero a mio avviso una «civiltà della birra» e una «civiltà della pipa» nettamente superiori alle «civiltà del vino» e «civiltà dei sigari»), un modo di vivere dicevo che agevola lo scambio di idee, la riflessione, l’amicizia, l’aprirsi verso gli altri, la comprensione.

Quando decisi di abbandonare definitivamente le sigarette per la pipa vivevo a Tunisi. Non mi soffermerò sulle sofferenze di quelle prime settimane, non dirò in quale stato erano ridotti la mia lingua ed il mio palato. Non sapevo ancora fumare e per giunta fumavo con sei pipe pessime, comprate in blocco da un tabaccaio turco che, ricordo, era molto simpatico ma che diede consigli ancora peggiori (se possibile) della mercanzia che mi aveva venduto. Con la pipa mi sentivo nettamente meglio che con le sigarette (in un mese avevo già riacquistato il fiato per le partite di tennis) ma i fastidi ai quali ho accennato mi stavano inducendo ad abbandonare la nuova e diversissima maniera di fumare, una maniera tutta «di testa», cioè tale che si potrebbe definire (a bassa voce, però, e «col pardon») «intellettuale» perché vicina al cervello, sede dell’intelligenza. Pur sinceramente detestando gli intellettuali, mi piace avanzare l’ipotesi che fumare la pipa sia un fatto intellettuale, mi piace pensare che intellettuale non sia, com’è invece, un libro a forma di uomo con i calli al sedere a forza di star seduto oppure una conoscenza razzista, ma un semplice godimento dell’uomo come quello di mangiare (bene).

L’altra sera, un grande amatore sosteneva che anche l’amplesso è un fatto intellettuale. Tutti tengono in qualche modo ad entrare nell’intellettualità… (ma non si rendeva conto questo esimio signore della distanza che separa dalla testa gli organi ai quali si riferiva quando diceva «fare l’amore»?). Nel corso di un breve viaggio a Roma, illustrai a mio padre i problemi che mi procurava la pipa. «Non mi intendo di pipe» — disse mio padre — «ma se vai dal mio amico Carmignani, in via della Colonna Antonina, troverai chi può darti più di chiunque altro buoni consigli sulle pipe e su come fumarle». Nel negozio, Carmignani non c’era. Trovai un giovane magrissimo di nome Giorgio, col volto barbuto, ascetico, simile alla tradizionale immagine del Cristo. Premettendo che Giorgio è di un’onestà estrema, quando mi son reso conto della sua abilità di venditore (che presuppone, come si sa, dote di consumato psicologo oltre che gentilezza e distinzione) mi son tornati appunto alla mente quei veri e propri maghi che vendono tappeti preziosi e non preziosi a Smirne, a Tunisi, a Damasco, al Cairo, ad Aleppo. Costoro, tra centinaia di tappeti accatastati sul pavimento o appesi alle pareti dei loro negozi, sanno subito quale interessa al cliente. Continuano, tuttavia, a mostrarne altri, a nascondere quel tappeto sotto altri tappeti, sin tanto che il possibile compratore non può più fare a meno di cercarlo insistentemente con lo sguardo e poi di chiederne il prezzo, prezzo che — guarda caso — è il più alto di tutti. «Ma non è il solo — suggerisce il venditore — c’è quest’altro che costa poco e che è egualmente bellissimo… o questo qui che delizia anche me… vede ne ho uno anche nella mia casa». Ma il compratore (ormai non è più solo “il possibile” compratore) è «innamorato» di quell’altro, di quello che ancora una volta è scomparso alla vista, sotto il cumulo. Chiede che gli venga mostrato di nuovo, a lungo lo mira e lo accarezza… «quanto costa esattamente?» chiede infine. «Costa mille» — risponde il mago – «ma visto che le garba tanto potremmo fare di meno, molto di meno…»; in tal modo avviene che il tappeto viene venduto a cinquecento. Il nuovo proprietario del tappeto è al settimo cielo: è certo di aver fatto un grande affare, anzi l’affare del secolo. Non sa che ha pagato cinquecento un tappeto che costa duecentocinquanta.

Ripeto: Giorgio è profondamente onesto, quindi il classico caso della vendita di un tappeto da parte di un mago lo ricorda solo per quel che concerne la tecnica. Tra l’altro il prezzo di una determinata pipa è virtualmente un prezzo fisso (la stessa pipa si trova in vari altri negozi, quindi non ha la caratteristica del tappeto che è sempre comunque «unico al mondo»). Con me cominciò con una pipa con la «vera d’oro». «È un’ottima pipa» — affermò trafficando con uno scovolino — «la consiglio, può prenderla con assoluta sicurezza». «Va bene» — dissi allora — «se lei la consiglia, la compro». «È un’ottima pipa… certo non è una Dunhill…» — aggiunse Giorgio — «che costa molto di più… e non è detto che lei ci fumi con maggior soddisfazione… la Dunhill è una grande pipa, una grandissima pipa…», e si diresse verso la cassa. Ma il seme del dubbio era ormai stato lanciato: «un momento» — lo interruppi — «mi mostri per favore anche una Dunhill…». «Certo» — fece Giorgio — «e le mostrerò anche altre ottime marche». Tirò fuori un cassetto pieno di Dunhill, me lo mise davanti e si occupò di un’altra persona… 

In pochi mesi comprai da Giorgio una trentina di queste pipe londinesi. Ormai ero nelle sue mani, correvo da Giorgio ogni volta che ero a Roma come si corre da un’amante. «Pensavo a te» — diceva immancabilmente Giorgio — «quando mi è arrivata questa pipa (Dunhill)… guardala: è un gioiello». Ogni tanto compravo tuttavia pipe di marche differenti. Poi smisi di comprar pipe. Ne avevo due appositi mobiletti pieni, un centinaio, pipa più pipa meno. E cominciai a farle ruotare, due alla volta, anche quattro al giorno (avevo infine imparato a fumare). Dopo qualche mese, mi resi conto che «baravo» nella rotazione, che fumavo di preferenza le quarantacinque Dunhill che possedevo mentre avevo sempre più la tendenza ad escludere definitivamente alcune marche. Finché giunsi a fumare esclusivamente le Dunhill. Due di esse dal piccolo fornello (gruppo 2) non erano all’altezza delle altre, mi sembrava, o almeno così era il mio modo di fumare o per il tipo di miscela che usavo. (Quelle due pipe mi furono poi sostituite dalla Casa inglese che mi inviò due gruppo 4 impeccabili).

Non ho alcun interesse (parola mia) a fare la pubblicità ad una Casa piuttosto che ad un’altra. Non ho interesse a far la pubblicità ad alcuna Casa, sia fabbricante sia non fabbricante di pipe. Se un giorno dovesse capitarmi di fare la reclame a qualcuno la farei a due miei amici, Claudio e Umberto, perché son certo che sentimentalmente riuscirebbe loro gradita. Dirò di più: se la Dunhill mi avesse chiesto di scrivere questa lettera (o se, peggio, mi avesse offerto del denaro per scriverla) avrei risposto come ho fatto tante volte in simili occasioni: «grazie, non posso, non ho tempo». Ho fatto la pubblicità alla Dunhill perché è la marca delle mie pipe. Farò, può darsi, un giorno la reclame alla birra Peroni perché mi piace molto, perché le sue vecchie birrerie (dov’erano affrescate sul muro le scritte «chi beve birra campa cent’anni» e «la birra giova a chi fa dello sport») mi ricordano gli anni più belli della mia trascorsa e infingarda giovinezza. Tornando alla Dunhill, a titolo di cronaca, di quella Casa non uso altri prodotti come accessori, accendini, buste per il tabacco, o altro, per i quali potrebbe effettivamente intervenire la componente snobistica. Per le pipe è un’altro discorso: il dischetto bianco non dà leggerezza, non rende asciutta la combustione, non rende la radica meno assorbente, non consente, dopo quindici anni una «revisione» la quale faccia tornare la pipa come nuova (senza quell’odore di tabacco andato a male che stagnava nelle vecchie sale da biliardo e che invece non si riesce più a togliere da altre), soprattutto non fornisce una garanzia di buona riuscita vicinissima al cento per cento, come sanno bene coloro con i quali concordo nel giudizio su questi egregi strumenti per fumare. “Il punto bianco” sta però indubbiamente a significare che tutto questo è una realtà. Forse un giorno tingerò di nero questo pallino che tanta animosità suscita in chi non lo possiede, cioè negli estimatori e sostenitori d’altre marche. Lo tingerò per evitare discussioni e polemiche, per fumare in santa pace, per poter affrontare (specialmente il sabato sera, in birreria) anche argomenti diversi da quello delle pipe, come quello delle donne o quello dei cavalli, per me di grande fascino assieme a quelli dei cani (corse comprese), della caccia e della pesca. La possibilità ch’io tinga di nero questo dischetto è anche conseguenza del fatto che sulle mie pipe il pallino è diventato di un bianco sporco, quasi giallo. Non è più per niente elegante, voglio dire.

P.S. Chiedo scusa ai fabbricanti di pipe non Dunhill, anche se mi rendo perfettamente conto di quanto poco possa loro importare il contenuto di questa lettera, e ai venditori di tappeti in genere.

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