Alla pipa con gratitudine

alla pipa con gratitudineCorreva l’anno 1966: sulla rivista “Panorama” viene pubblicato il vademecum dedicato alla pipa che segue.  E’ interessante notare come, nel libro “La mia pipa” di Bozzini (uscito undici anni più tardi, nel 1977), si possano trovare diversi richiami a questo precedente testo. La rivista Smoking lo riproporrà a sua volta – tra dicembre 1989 e marzo 1990 – a cura di Paolo Pernici.

Alla pipa con gratitudine
pipa galles
Forme tradizionali: la galles.

Ho mangiato carciofi crudi, che a lei non piacciono. Prima d’accenderla, perciò, mi sciacquo la bocca con un bicchierino di grappa. Andrebbe bene anche cognac e anice, ottima sambuca negra di cui lei va matta per quel saporino di liquirizia. Controindicato il whisky. Un disastro il Chianti, il cui tannino, esaltato dai carciofi, la farebbe impazzire di rabbia, con vendette che potrebbero essere perfide. Una volta (non so più cosa le avessi fatto) restò cattiva tre mesi filati. Mi stancai, la misi da parte per altrettanto tempo. Pensavo già di regalarla, poi quando la ripresi in bocca era forte, dolce, calda, perfetta: bruciò fino all’ultimo granello il tabacco e faceva le fusa come un gattino. È una lovat Rossi sabbiata nera. E’ lunga 125 millimetri, pesa 22 grammi e malgrado la lavorazione sommaria (ha un bugno a destra) e malgrado la marca non di grido, è la regina delle mie pipe, Ferdinando Rossi di Barasso (forse il più vecchio pipaio d’Italia: pare sia stato un suo antenato a importare da Saint-Claude l’artigianato della pipa nel varesotto) lavora infatti per l’esportazione di massa: roba che finisce a 5 scellini al pezzo nel reparto pipe dei supermercati inglesi. Appunto per via della grande produzione, di tanto in tanto, dalla fabbrica di Rossi salta fuori un abbozzo eccezionale, da cui esce una pipa come la mia regina. Me la regalò il sindaco di Reggio Emilia Renzo Bonazzi, l’aveva pagata 2.000 lire nel 1949 (un bel prezzo per quegli anni tutt’altro che di boom) e non fu generosità, fu paura, perché quella Rossi lì, del sindaco, non ne voleva sapere e ogni volta che se l’infilava in bocca gli faceva venire l’afta epizotica. Pulii, raschiai, disinfettai il cannello con l’alcool, misi il bocchino a bagno nell’acetone, e come risultato presi anch’io l’afta. Guarii, le cambiai bocchino e ripresi l’afta. Infine la commossi e in quindici anni da che ce l’ho è diventata la regina delle mie pipe. Le permetto capricci da Cleopatra, come questo di non tollerare i carciofi. Mi ricambia con fumate indimenticabili, che se anche non sono di tutti i giorni, so che dureranno finché avremo vita.

pipa: boccetta
Forme tradizionali: la boccetta.

Dopo la Rossi-regina, nel mio parco-pipe, viene una dolcissima Castello ricurva, poi una “dritta classica” senza nome, ma di radica così dura che l’unghia non l’incide. Apparteneva a un capostazione che verso i sessanta smise di fumare per paura dei tumori, e suo figlio, un compagno d’università, me la vendette per poche lire. Andò poi a finire che di tumore morì lui, che fumava sigarette. Il padre vive ancora. La pipa anche. Quarta veniva una splendida Stanwell fiammante a vena stretta per 3/5 della circonferenza. Aveva due anni e prometteva il meglio quando certe carogne me la rubarono. Seppi poi che in bocca ai ladri crepò come una zucca: un po’ perché costoro non sapevano fumare la pipa, un po’ perché – mi piace pensarlo – era una pipa fedele. Poi viene una Noncantalaraganella del 1914 cui però va cambiato il bocchino che è fradicio: poi ne ho altre sette, che fanno dodici in tutto. Ogni anno, in media, ne compro una e un’altra la perdo. Fra scartate, perdute o rubate me ne saranno passate fra le mani una quarantina da quel primo giorno (avrò avuto diciott’anni) quando entrai nella principale tabaccheria della mia città, e per dieci lire mi consegnarono una pipa così grande e grossa che mi usciva dal taschino della giacca come il periscopio d’un sommergibile. Aveva un incredibile filtro a due canne, in cui bisognava infilare una sigaretta tagliata in due. Dal punto di vista commerciale costituiva la macchina perfetta: consumavi infatti contemporaneamente tabacco e sigarette, incrementando nello stesso tempo lo smercio della radica, perché era veramente una pipa smisurata, pesante come un motore diesel. Fu un acquisto dettato dalla vanità giovanile, di cui oggi sorrido, ma ringraziandola. E di lì, infatti, che mi viene il privilegio, non comunissimo a 44 anni, di poter fumare quando voglio senza disturbi e senza timori, mentre una decina di anni fa, fumando la stessa quantità di tabacco che consumo oggi, avevo palpitazioni, fiato corto, al mattino mi contorceva la tosse. Fumavo la pipa al tavolo di lavoro, e per il resto della giornata sigarette, una trentina. Le abolii senza sforzo, passando integralmente alla pipa.

Un camino alla rovescia

Accendo ancora, di tanto in tanto, una sigaretta. Acre e insipido insieme, un sapore di paglia mi morde subito la gola. Solo imponendomelo riesco ad aspirarne qualche altra boccata, poi la schiaccio e apro la finestra. A questo punto sarebbe di rigore descrivere per contrappasso i piaceri di una buona pipata. Non trovo parole adeguate e ci rinuncio. Solo chi fuma già la pipa, oltretutto, potrebbe intendermi, e costui non ne ha bisogno: lo sa e gli basta. Noi che fumiamo la pipa siamo un’aristocrazia e lo sappiamo. Un’aristocrazia selezionata non da privilegi ma da una libera scelta, ciò che esclude in noi qualunque complesso di natura sociale, rendendoci nel contempo diffidenti e osservatori. Nei treni, per strada o dentro una stanza, appena uno di noi ne scorge un altro con la pipa in bocca lo spia, per capire da come accende, da come tira, da come rinfocola o pulisce il fornello, se si tratta veramente d’un suo simile o di uno di quei simulatori che tanto dannosamente hanno contribuito, negli ultimi anni, a far crescere il prezzo delle pipe. Noi che fumiamo la pipa siamo anche una consorteria che un naturale egoismo di gruppo spingerebbe a tener segreta la propria fortuna. Poi talvolta l’entusiasmo proselitista ci fa parlare, ed è da un siffatto impulso di solidarietà umana che il presente articolo è nato. Se fra i lettori di Panorama ci sono fumatori di sigarette maturi per entrare nel giro, questo è il momento di leggere e imparare.

pipa canadese
Forme tradizionali: la canadese.

La pipa tipica è la dritta classica: un oggetto a forma di elle al capo corto del quale è un fornello ove si brucia tabacco, e al termine, del capo lungo un bocchino da cui si succhia, per tenerlo acceso. Si tratta – insomma – di un camino, ma un camino alla rovescia, ove il tiraggio avviene dall’alto al basso. Una pipa tira infatti dal basso all’alto in un caso solo: quando piove. Per non bagnare il tabacco, in questo caso, si gira la pipa, che tirerà immediatamente meglio (per questo appunto i camini hanno il tiraggio dal basso all’alto) ma portandoti in bocca un fumo più caldo. Per quanto razionalissima, l’operazione implica un certo coraggio morale da parte dei fumatori di pipa, in una società ove essi costituiscono la minoranza. Vederli “fumare alla rovescia” infatti, desta stupore nei fumatori di sigarette: lo stesso diffidente stupore che invade questi bruti quando ti vedono pulire a tiraggio forzato una pipa particolarmente sporca. Manovra – quest’ultima – da praticarsi raramente, in casi gravissimi, quando per quanto pulita e ripulita con gli scovolini una vecchia pipa insiste a sapere di sporco. Segno che il cannello è impregnato di catrame (quel catrame che i fumatori di sigarette preferiscono depositare nei propri polmoni); e allora, a metà di una fumata si toglie il bocchino, si applicano le labbra al fornello e si soffia più volte, vigorosamente, fino alla totale combustione del tabacco. Verso la fine usciranno dal cannello scintille, la pipa finirà surriscaldata ma pulitissima, nel catrame resterà uno strato di cenere. Rasparlo via con carta e scovolini, mettere la pipa a riposo per qualche giorno.

pipa cornetta
Forme tradizionali: la cornetta.

Il primo paio di fumate successive sarà un po’ aspro, poi tutto ricomincerà a funzionare, salvo che la pipa non si sia bruciata, nel qual caso, niente rimorsi: si trattava – è certo – di una pipa finita. La cosa, producendo molto fumo puzzolente, va fatta alla finestra o per strada. Mai in ambiente chiuso: sarebbe segno d’inciviltà e darebbe esca ai calunniatori della pipa, che son tanti quanto grande l’ignoranza del mondo. Delle comete si diceva un tempo che annunciassero calamità, delle donne incinte che facessero impazzire la maionese. Pregiudizi altrettanto immotivati circolano ancora ai danni della pipa, e ne smentiamo alcuni:
“La pipa affumica un ambiente chiuso”. Falso. Illusione ottica dovuta al fatto che la pipa fa più fumo mentre l’accendi. In realtà un forte fumatore di pipa e sigarette bruciano in un’ora gli stessi tre grammi circa di tabacco. In più, nelle sigarette c’è la carta che (questa sì) affumica. Si può fare la verifica. Date fuoco a una cartina di sigarette, metteteci sopra il naso, e sentirete.
“La pipa puzza”. Calunnia isterica e pretestuosa, tipica di mogli prepotenti, le stesse che ai piedi dei mariti riescono a imporre pattini di feltro. La combustione di una buona miscela di tabacco in una pipa pulita non puzza ma aromatizza un ambiente chiuso. Diciamo che una buona pipa, come una boccetta di buon profumo, ha il suo marcato odore personale. E un uomo ha diritto di sapere di pipa quanto una donna di “Calèche” o di “Chant d’aròmes”.
“La pipa va pulita continuamente. Troppo traffico per me”. Affermazione insensata, veramente degna d’un fumatore di sigarette. Metà delle sigarette che costui fuma in un giorno, infatti, le ha accese non per vero desiderio ma meccanicamente, per puro automatismo. Padrone perfino del suo vizio capitale, il fumatore di pipa utilizza invece la parte condizionata del suo fumare nel simpatico rito delle pulizie. Ci guadagna in salute, fuma solo quando ne ha voglia davvero: per questo il suo è un fumare disteso, umano.
Non fa conto rilevare la quarta accusa, secondo cui “la pipa è un fumare da vecchi”. Noi siamo semplicemente nella tradizione, siamo nella corrente giusta del fiume. Le sigarette hanno circa cento anni e fra altri cento nessuno ne fumerà più, quando i nostri pronipoti continueranno a fumare la pipa come la fumavano i nostri antenati. Le prime pipe risalgono infatti all’età della pietra, e poi furono di vari metalli, varie terrecotte, vari legni. Bronzo e ferro che si arroventavano troppo per poter essere tenuti in mano. Argille bianche, terre rosse, nere e ceramiche che erano troppo fragili. Legni aromatici come quello di rosa che però si bruciava, o durissimi ma di sapore aspro come il bosso. Poi, verso il 1720, fu scoperta la schiuma. Leggera, color avorio, facile a lavorarsi, morbida al tatto come fosse viva e di sapore eccellente, la schiuma è un silicato di magnesio che si scava a massi tondeggianti in miniere dell’Anatolia in Asia Minore.

pipa pot
Le forme tradizionali: la pot.
I preparatori di schiuma

Negli anni che la schiuma raggiunse il suo boom (cioè fra il 1860 e il 1880) sul principale mercato mondiale, quello di Vienna, se ne trovavano fino a quaranta diverse qualità, il cui prezzo variava da uno a cento, a seconda del pregio. Il silicato di magnesio è la materia più sensibile entro cui sia mai stato acceso del fuoco: le pipe di schiuma vanno quindi preparate con tale cura, che culotter (cioè annerire il fondo delle pipe che in realtà, nel caso della schiuma dovrebbero diventare rosse) fu per un certo tempo una professione paragonabile, in raffinatezza, a quella degli odierni couturiers della moda. I migliori anneritori di pipe furono da principio ungheresi. Le preparavano a boccate brevi e lente, impugnavano la schiuma con pelli speciali, senza mai esporla calda a correnti fredde che avrebbero potuto comprometterne il sapore finale. Si narra che alla fine del secolo XIX il massimo “culotteur de pipes” di Budapest si sia recato in carrozza a Parigi, ove si riprometteva affari. Venne, vide all’opera i “culotteurs de Paris” e scappò via sullo stesso landò con cui era venuto. Probabilmente inventato, l’aneddoto è cronologicamente verosimile. Siamo infatti già entrati nell’era della radica, che è una scoperta francese. Da questo momento la città delle pipe diventa Saint-Claude, l’anno è un anno qualunque fra il 1860 e il 1870: praticamente un secolo fa.

pipa curva classica
Forme tradizionali: la curva classica.

Si chiama radica la radice dell’erica arborea cresciuta in condizioni particolarmente stente. Nelle brughiere inglesi o lombarde, ove l’acqua abbondante lo favorisce, l’arbusto ha infatti cespo alto e radici normali, che non servono a nulla. Invece nella cosiddetta area mediterranea (le più impervie coste liguri, toscane, corse, sarde, calabresi, siciliane e marocchine) la mancanza d’acqua, il vento di mare e il terreno aspro ingrossano e induriscono la sua radice, trasformandola in una specie di tumore detto ciocco.

Ciocchi e abbozzi

Nella sfruttatissima Maremma toscana è già molto trovare ciocchi da quindici centimetri di diametro. Nel selvaggio Gennargentu in Sardegna se ne trovano di centenari che possono pesare fino a venti chili. La radica è un legno grigio-giallastro, pesante, bizzarramente macchiato e venato, di fenditura difficile. Una specie di diamante vegetale, che, prima di lavorarlo, va interrato, bollito e stagionato a lungo. I cercatori di radica si chiamano cioccaiòli. Al termine di campagne stagionali durante le quali conducono una vita altrettanto dura di quella dei pastori, consegnano i ciocchi alle segherie che ne fanno i cosiddetti abbozzi. Un famoso cioccaiòlo è Lorenzo Lorenzi di Massa Marittima. Una famosa segheria è quella del commendator Rocco Tripepi a Villa San Giovanni di Reggio Calabria. Gli abbozzi usciti di segheria contengono già grosso modo la sagoma finale delle pipe, ma solo alcuni verranno usati. Più una fabbrica, infatti, lavora di fino, più lo scarto degli abbozzi è alto, perché la radica è il più bizzarro e imprevedibile dei legni. Nel migliore dei ciocchi ci sono quasi sempre fenditure imprevedibili e sassolini che ti rovinano l’abbozzo più promettente. Ogni ciocco presenta quindi al segatore un problema particolare. Si tratta di ricavarne il maggior numero possibile d’abbozzi, curando inoltre che ciascuno di essi abbia la venatura disposta nel modo migliore; e per ottenere questo davanti a una sega circolare che viaggia a 1500 giri al minuto occorre una prontezza che è raggiunta da pochi operai, i più esperti dei quali raramente hanno ancora tutte le dita in mano.

pipa curva quadra
Forme tradizionali: la curva quadra.

Le segherie sono sui luoghi di produzione della radica, cioè nell’Italia del sud che per circa un secolo, quasi senza guadagno, fornì l’indispensabile materia prima semilavorata a fabbricanti (prima i francesi di Saint-Claude, poi gli inglesi) che ci guadagnavano quasi tutto. La ragione era anche che costoro invecchiavano e lavoravano coscienziosamente le pipe, e sapevano venderle. Adesso le cose sono un po’ cambiate. Anche in Italia si producono pipe eccellenti. La regione tipica è il varesotto (la provincia ove per tradizione si lavora il legno: molti pipai della zona discendono da emigranti che decenni fa andarono a fare gli stagionali a Saint-Claude) ma il mercato delle pipe è rimasto coloniale come prima. Cioccaiòli e segatori liguri, maremmani, sardi e calabresi continuano a guadagnarci il quasi niente di sempre, anche oggi che una media buona pipa inglese e italiana costano rispettivamente da 6.000 a 4.000 lire in su, cioè quasi il doppio di quanto costassero cinque anni fa. Ciò avviene – spiegano i fabbricanti – perché i fumatori di pipa sono in aumento nella stessa proporzione con cui le riserve di buona radica diminuiscono, ciò che ne fa aumentare il costo.

L’occhio del conoscitore
pipa lovat
Forme tradizionali: la lovat.

Gli abbozzi arrivano alle fabbriche in apposite balle da un quintale l’una, contenenti 8-900 abbozzi di varie qualità. La migliore è l’extra, che sfiora oggi le 200.000 lire a balla, da ognuna delle quali – affermano i fabbricanti – si ricavano sì e no cento buone pipe. Lo scarto (cioè la maggior parte del semilavorato della radica) alimenta l’industria delle pipe di sottomarca e dozzinali: quelle che si vendono nelle piccole tabaccherie (e in Inghilterra addirittura nei supermercati) a poche centinaia di lire al pezzo. E anche, in piccole quantità ai margini del codice, alimenta il mercato dei falsi, perché come c’è chi falsifica le monete da 500, c’è anche chi falsifica pipe Dunhill, che arrivano a 25.000 e più lire.
Che cosa determina la qualità di una pipa? Quali contrassegni distinguono una buona da una di scarto? Leggerezza e durezza sono segni di buon invecchiamento della radica. Anche la rifinitura accurata e il bocchino perfettamente allineato al cannello sono segni indiretti di qualità. Perché, presentando all’aria una maggior superficie, raffreddino meglio, alcuni fornelli sono rugosi. La rugosità può ottenersi sparando getti di sabbia calda sul fornello (operazione praticabile solo con radiche forti) e le pipe sabbiate sono pregiate. I fornelli più deboli vengono invece incisi a macchina, se ne ottengono pipe rusticate che valgono meno. Le pipe lisce presentano venature varie. Quelle a venature verticale fitta si chiamano fiammate e costano follie. Un altro tipo di venatura di pregio è picchiettata: il cosiddetto occhio di pernice. Un esperto nota subito queste cose. Il principiante della pipa sarà meglio si accontenti delle nove regole seguenti:

pipa dritta classica
Forme tradizionali: la diritta classica.
  1. La prima pipa, comprata in un buon negozio, non costi più di 3.000 lire, sia per diminuire il danno se rinuncerete, sia perché è molto facile che, fumandola male, la roviniate. E perché rovinarne una costosa?
  2. Il filtro. Tutte le pipe ne hanno uno, spesso complicato, stagno, elicoidale ecc. Prendetelo fra due dita, buttatelo nella pattumiera e richiudete. Non serve e a niente.
  3. Preparazione. Certi vecchi preparavano le pipe riempiendole di grappa e vari altri alcoolici. Avevano torto, le rovinavano. Le prime tre o quattro volte caricate la pipa a un terzo, poi a metà, poi a due terzi. Sarà progressivamente sempre meno aspra, finché assumerà il suo sapore personale, che migliorerà col tempo, fino alla fine della sua vita, cioè fino a quando brucerà. E le pipe migliori sono spesso più longeve di un uomo. Fra una preparazione e l’altra, lasciate passare il maggior tempo possibile.
  4. I fiammiferi. Se fumare coi cerini è sempre segno d’inciviltà (basta un cerino toccato dalla brace di un cicca nel portacenere per ammorbare una stanza) usare cerini con la pipa è un delitto. Fiammiferi di legno, quindi, e non minerva (durano troppo poco) ma svedesi.
  5. Carica e fumo. Il fornello si carica a piccoli pizzichi, poco pressati i primi, e progressivamente sempre di più. Si accende al centro, si abbassa il tabacco che si sarà sollevato, si accendono i lati e si comprime definitivamente. Dopodiché la miscela dovrebbe bruciare fino all’ultimo filo, la pipa non dovrebbe mai diventarvi rovente in mano e una pipata in una pipa media dovrebbe durare almeno un quarto d’ora. E’ più facile dirlo che farlo, tutto dipende dalle boccate che debbono essere lente e brevi. Tabacco poco compresso dà fumo caldo; troppo compresso dà quell’antipatica acquerugiola. Compresso giusto non punge la lingua, e nello stesso momento in cui avrete imparato a ottenere ciò, vi sarete anche abituati a non aspirare. Perché la pipa è un fumo che soddisfa senza bisogno di respirarlo: è perciò che non dà il cancro. Il catrame si deposita in parte nel cannello, in parte nel fornello, ove forma la carbonatura. Questo carbone deve fissarsi come una crosta, il cannello aromatizzarsi.
    pipa quadra
    Forme tradizionali: la quadra.
  6. Le pipe debbono riposare. Ne occorre quindi più d’una, l’ideale, per chi fuma solo pipa, è una decina. Se ne fumano due al giorno alternate, e le altre a rotazione, ciò che dà a ogni coppia quattro giorni di riposo. Chi lavora in ufficio, tenga lì metà delle sue pipe e le altre a casa. Una volta organizzato il giro, farlo è più semplice che leggerlo. Imparerete a distinguere le pipe da mattino (le più dolci) da quelle da pomeriggio (le più forti) e a serbare le fortissime per dopo mangiato. Diverrà una scelta automatica, come mettersi l’impermeabile quando piove.
  7. Pulizia. Un uomo o una donna possono essere buoni anche sporchi, una pipa mai. I bocchini d’oggi sono di bachelite o plexiglas, materiali che, a differenza dell’antico corno, non assorbono quasi i sapori. Si puliscono cogli appositi scovolini, inumiditi, se occorre, con liquidi sciogli nicotina, o più semplicemente con alcool. Poi (piegato in due ma senza liquidi) lo scovolino servirà anche per pulire il cannello. Meglio ancora, per questo, rotolini di carta da giornale, fatti passare a forza spingendoli con l’ago del curapipe. (“Che traffico, che perdita di tempo!” osserverà a questo punto qualcuno. Provato – com’è provato – che fumare la pipa non ha ostacolato il lavoro di una quantità di pensatori e di artisti, rispondiamo con Thackeray che la pipa “chiude la bocca allo stolto allo stesso modo con cui apre la mente del saggio”). Il curapipe, accessorio fondamentale, è di vari tipi, da poco costosi a carissimi. I migliori sono d’acciaio inossidabile, constano di un marteletto per calcare il tabacco, di un ago per sbloccare il cannello, di una lama affilata per pulire il fornello, e vanno sulle 6-700 lire. La pulizia del fornello è importantissima. La crosta di carbone formatasi col tempo, infatti, dev’essere spessa non più di un millimetro. Maggiore, per squilibrio termico, può far crepare la pipa. Raspare via delicatamente il di più in modo uniforme, con una lama, come dicevamo, affilata.
    pipa ovale
    Forme tradizionali: l’ovale.
  8. La miscela. Certi inglesi affermano: “Fortunati voi italiani che avete il miglior tabacco da pipa del mondo”. Alludono al trinciato Comune di seconda (80 lire al pacchetto da 20 grammi) e alle quasi introvabili spuntature di toscano, e direi che esagerano. Spuntature e trinciato comune (bastoncini, peli di sacco e corpi estranei a parte) costituiscono infatti, in proporzioni sul 20 per cento, un ottimo condimento per miscele da pipa: l’omologo italiano di ciò che nelle miscele inglesi è il fortissimo tabacco persiano Latakia, che in origine veniva conciato con sterco di cammello. Poi, come pane e companatico, gli inglesi hanno il Burley, il Cavendish eccetera, in cento ottime miscele. Noi, nulla. Uniche marche fumabili: l’Italia, il Lincoln, l’Amphora. Il resto è perlopiù pattume. Le miscele bisogna quindi farsele in casa, e la più semplice si ottiene con un pacchetto di Italia, uno di Amphora e uno (o mezzo) di Comune. Sono circa 110 grammi, che ad un buon fumatore durano cinque giorni, con circa 200 lire al giorno di spesa. Sostituendo il Comune col Latakia (700 lire all’etto in Svizzera: di rigore non superare il 25 per cento) si ha una miscela assai più aromatica. La miscela si conserva ben calcata in vasetti di vetro a chiusura stagna. Ideali quelli da marmellata con guarnizione di gomma che costano 100 lire nei grandi magazzini. Se il tabacco si secca, mescolarvi bucce di patata o mandarino, tagliate a pezzi abbastanza grandi da non finire anch’esse nel fornello della vostra pipa.
  9. Il vostro parco-pipe sia il più semplice e classico possibile. L’estro degli artigiani inventa ogni giorno una nuova forma di pipa, 999 su 1000 delle quali, tuttavia, valgono meno delle 12 forme tradizionali, di cui pubblichiamo in questo articolo nome e disegno. Ricordatevi che una pipa troppo corta brucia in bocca, una troppo lunga pesa, le ovali deformano poco il taschino ma danno combustione irregolare. Circa poi i materiali, ricordatevi che la radica è il migliore, e basta. Anche una pipa di schiuma è ottima, ma la prima volta che cade per terra va in pezzi. Anche pannocchia di granoturco e ciliegio sono buoni, ma bruciano presto. In quanto poi alle pipe bizzarre: coperte di pelle, o addirittura di pelo, a fornello apribile, traforato, svitabile, o decorato come vasi greci, lasciatele agli esibizionisti, ai collezionisti e agli esteti.
pipa dublino
Forme tradizionali: la dublino.

Ultimo consiglio: scegliete sempre pipe di capacità media. Una pipata normale dura almeno un quarto d’ora, e spenta a metà è cattiva a riaccendersi, e anche buttato via il tabacco residuo peggiora sempre un tantino il fornello. Che farsene, allora, di certi piponi, oltreché guardarli? Valga per tutti la Comoy’s da 500 ghinee (un milione di lire) ritenuta la pipa migliore al mondo, e lo sarà certamente, dal punto di vista d’un collezionista, per l’eccezionale fiammatura e stagionatura della radica, oltreché per le dimensioni. Ma appunto per questo, nessuno la userà mai. In quell’affare lì, una pipata durerebbe un’ora. Qualunque fumatore di pipa cui venisse regalata col patto di fumarsela una volta alla settimana, sarebbe costretto a rifiutarla, pena la vita.

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