Alfred Dunhill Ltd: la leggenda del santo fumatore

dunhillA seguire la digitalizzazione di un servizio giornalistico che – a mio modo di vedere – nel suo piccolo ha fatto esso stesso la storia di Dunhill, almeno in Italia. Lo firma Franco Venturi ma, come si può leggere nelle note finali, furono in molti a dare il loro personale contributo, da Paronelli a Musicò, da Bassi a Lorenzi, De Candia e via discorrendo. Pubblicato nella rivista Smoking (n°3, ottobre 1990).

Alfred Dunhill Ltd: la leggenda del santo fumatore
I primi documenti

La storia dell’importazione della Dunhill in Italia ha origine appena dopo il 1920, quando il grande Alfred decise di farsi le pipe in proprio. Per dieci anni le aveva comprate in Francia, ma visti i successi, grazie alla sua eccezionale intuizione, e per arrivare a finire un prodotto che sempre più incontrava il gusto del cittadino inglese, decise di mettere il laboratorio proprio a Londra, al 135-143 di Hight Street. I francesi gli avevano ormai insegnato tutto. Ora era lui che avrebbe continuato in quella che diventerà la migliore tradizione piparia del mondo industrializzato. Il primo documento che conferma l’importazione della pipa nel nostro Paese risale al 1928: si tratta di un prezioso catalogo dal titolo “Le fin fumeur – traitant de l’Art et du Plaisir de Fumer l’Herbe Divine de Nicot – Paris 1928”. È lo stesso Alfred Dunhill che lo firma, con tanto di frontespizio, dove appare ancora l’antico araldo con le tre piume e la dicitura “Fournisseur de Son Altesse Royale Le Prince de Galles qui me fait l’honneur de ne se servir que de mes Pipes”.
Si tratta di un catalogo di 128 pagine finemente illustrato, e che contiene tutti i nomi degli importatori Dunhill nel mondo, i prezzi dell’oggettistica pipe comprese, il sistema di pagamento e le tasse per l’esportazione. A prima vista, si ha subito l’idea della potenza commerciale che la Dunhill ha già raggiunto. Infatti, oltre alle sedi storiche di Duke Street di Londra e quella di Parigi in Rue de la Paix, sono elencate le Colonial & Foreign Agents, che in ordine alfabetico spaziano da Aden al Venezuela passando per la terza e importantissima filiale di New York al 512 della Fifth Avenue.
Di rilievo per noi è che Alfred indichi con bella evidenza, proprio nel frontespizio, il suo rappresentante in Italia; è chiaro che a lui fosse dedicata l’edizione, oppure che volesse mettere in evidenza il signor L. Magnani di Via S. Vitale, 4 a Parma. Questo Magnani, forse Luigi, lo abbiamo individuato come membro di una nota famiglia emiliana dell’alta borghesia, che diede i natali a noti professionisti, in particolare medici e farmacisti: ignoriamo solo l’origine di questa amicizia, che sicuramente andava oltre il rapporto di lavoro. Infatti, non è certo la Parma degli anni Venti a poter interessare un mercato di tale livello: il nostro dubbio è subito fugato quando tra i foreign agents leggiamo che per l’Italia sono rappresentate ben tre città: Raffaele Lucente, in Via Gaeta 32 a Roma; G. Comparini, in Via Tornabuoni 15 a Firenze; M. Vaccari, in Via S. Pietro della Porta 2 a Genova: per essere uno staterello alla ricerca di colonie oltremare ha ben tre importatori, mentre gli altri stati europei ne hanno uno solo o non sono rappresentati. Il catalogo prosegue poi con una prima sezione riguardante i tabacchi, edizione per l’esportazione.
Il secondo documento prebellico è del 1° Settembre 1936: si tratta dell'”Export Catalogue and Price List”, che appare nell’elegante e consueta edizione. Questa volta, a fianco del marchio Alfred Dunhill, si inserisce Toronto con New York e Paris. Il mercato canadese è immenso e fa parte dell’Impero britannico: per il grande Alfred è già monopolio. Cambia anche la sede dell’Ufficio esportazione di Londra che nel 1928 era al 27 Throgmorton St., mentre ora è al 141 Notting Hill Gate. Nessun’altra curiosità caratterizza questa seconda edizione, salvo i fatti di cronaca ormai trascritti e noti ai lettori. A quell’epoca Alfred non era più alla guida della società, diretta dal fratello; aveva lasciato tutto per andare a vivere con Vera, la sua seconda moglie, dalla quale ebbe due figli e “per trent’anni non volle più interessarsi di affari di pipe” (cit.).

Testimoni oculari
Alfred Dunhill in Sardegna
Alfred Dunhill nel 1937 tra i cioccaioli e segantini di Sardegna. Dunhill è il primo da sinistra, al suo fianco c’è Benedetto Rolando.

La memoria aiuta a ricucire i fatti italiani di quell’epoca: un giovane studente di liceo ricorda di aver visto le prime Dunhill da un certo Petterling a S. Margherita Ligure alla fine degli anni Venti: questi non era propriamente un tabaccaio, ma un venditore di oggetti di rara fattura, importazioni dall’Estremo Oriente, roba fine che all’epoca, come del resto anche oggi, andava molto di moda. Tutta la mercanzia viaggiava con velieri e veniva acquistata sul porto secondo un’antica tradizione, e per far sembrare la cosa ancora più preziosa si diceva che fosse di contrabbando.
Che si cercasse di evitare le gabelle è quasi sicuro, ma che proprio si trattasse di contrabbando è meno credibile, perché ormai la pirateria era solo una questione di cultura, cara ai tardo romantici.
Sempre sul filo dei ricordi, ci è giunta notizia che a Trieste, sede di un altro porto commerciale, un certo Zandegiacomo importasse pipe Dunhill. A Roma era invece un certo Serra, venditore di arredamenti di gran lusso, che negli anni Venti e Trenta teneva le pipe di Alfred. Una testimonianza diretta è quella di Aldo Carmignani, ora novantenne, che ricorda l’incontro con Dunhill in persona nel 1929, forse il 1930. Dunhill, che si trovava a Roma in vancanza, andò a parlargli dopo aver visto il bel negozio, unico allora, di fronte a Palazzo Chigi. Del cordiale e lungo colloquio Carmignani ricorda solo che non se ne fece nulla perché ritenne quelle pipe troppo care per il nostro mercato – ancora sonnecchioso nella sua tradizione contadina – anche perché per la borghesia fumare la pipa non rappresentava certo quella distinzione, ora emancipazione, che il cittadino di allora perseguiva nella sua illusione di Paese che stava per mettersi al tavolo delle trattative con superpotenze belliche. Carmignani fu però il primo, subito nel 1953, a richiedere le Dunhill da Londra; era finita un’epoca e se ne stava per aprire un’altra: questa volta era l’industria della pace a dare il vero e aspettato benessere.
E’ del 1937 una nota fotografia di Alfred Dunhill che, assieme a numerosi cioccaioli, sceglie la merce migliore in una località a sud della Sardegna, accompagnato dal suo agente in Italia Benedetto Rolando, originario di Badalucco, che lo fornirà fino ai primi anni Sessanta. Le località visitate da Dunhill in persona erano quasi sempre le stesse: arrivava dalla Francia, forse da Saint Claude, e faceva tappa nell’imperiese, ospite delle famiglie Bufaria e Vanzi di Molini di Triora, andava a riposarsi qualche giorno al Grand Hotel di S. Margherita Ligure, allora molto di moda, scendeva a Livorno per incontrarsi col suo fiduciario Otto Braun, e poi si imbarcava per la Sardegna dove lo aspettava a Olbia il Rolando. Visitava le zone di raccolta, anche nel Supramonte, non del tutto ignoto ai nobili inglesi dopo quello che ne aveva scritto D.H. Lawrence, poi si imbarcava di nuovo ad Arbatax per la Calabria, dove si trovava l’altro agente Davide Carabetta.

La storia recente

Le vicissitudini del dopoguerra sono invece più univoche. Infatti, superati i vari embarghi imposti dalle truppe d’occupazione, la Dunhill si riaffacciò sul mercato italiano intorno al 1955. In quegli anni era un certo “comandante Tavanti’ che se ne occupava per conto della Sirpea. A lui successe Belletti di S. Giuliano Milanese, che ebbe l’esclusiva Dunhill per la Sirpea fino al 1973 circa, quando subentrò la Tobako poi diventata Lmc.
Curioso è un aspetto recente e inedito dell’importazione Dunhill. Ancora negli anni Settanta, prima dell’avvento della Lmc, le pipe della casa inglese si potevano ricevere per corrispondenza. Bastava scrivere a Londra in Duke Street e richiedere il catalogo coi prezzi. Con la massima celerità e puntualità arrivava a casa: scelto il prodotto, specificato il gruppo e il finissaggio si inviava il denaro tramite banca e nel breve giro di posta arrivavano le pipe richieste, o qualunque altro oggetto in catalogo. L’assistenza era poi impeccabile: in caso di rottura o modifica, come l’aggiunta di una ghiera, bastava inviare alla casa madre il pezzo, e il lavoro veniva eseguito a regola d’arte. Prima dell’invio della pipa aggiustata o modificata, i tecnici la visionavano e inviavano una lunga relazione al cliente, nella quale veniva spiegato come sarebbe stato eseguito il lavoro. Questa tradizione è mantenuta anche oggi: al seguito di ogni riparazione viene infatti allegata una lunga nota, nella quale è leggibile il tipo di intervento effettuato e – spesse volte – anche dei consigli per evitare inconvenienti come le bruciature o altri incidenti. Il tutto condito con quella ironia, tipicamente inglese, che prende un po’ in giro l’avventato fumatore, ma che d’altra parte non offende, perché in fondo si tratta di note scritte a mano, la qual cosa – a pensarci bene – ruba tempo prezioso a chi scrive.

I misteri

Prendiamo spunto da una nota di Gianni Brera, il quale afferma che chi ha voglia di parlare di pipe in genere è un neofita. Questa è una mezza verità. Noi siamo riusciti a far parlare i fumatori di Dunhill, che sono notoriamente i più riservati. La prima considerazione che mi è stata proposta è questa: il fumatore di Dunhill in genere passa inosservato. La pipa Dunhill è classica, scura, è buona da fumare ma non fa spettacolo: è una questione di gusto. Dall’importatore ho avuto spesso conferma che in genere il cliente chiede forma, gruppo e finissaggio e poi, quando la pipa arriva, passa semplicemente a ritirarla: conosce già il prezzo, la resa e il gusto. E qui, ancora una volta, rendiamo pubblico qualche segreto. Forse non tutti sanno che le pipe Dunhill si differenziano nel gusto, inteso come sapore della fumata, a seconda del finissaggio, e facciamo subito qualche esempio: le Shell, le Bruyère e le Dress (ma su queste i pareri sono discordanti) hanno un gusto pieno, mentre le Root Briar sono più neutre, meno immediate. Le Red Bark e le Cumberland subiscono un’influenza che le fa classificare secondo la mescola del colore, più o meno rosso per le Red, più o meno chiare per le altre di tonalità di marrone e secondo il tipo di radica usata. Soprattutto le Red Bark, ora non più in produzione, hanno differenze di gusto notevoli. A questo punto, il più sofisticato “fumeur” sa come scegliere una pipa col proprio gusto facendo specifica richiesta di una pipa fatta in un certo modo, in un certo anno. Nessun problema per l’importatore: è tutto classificato col numerino di fianco alla scritta “Made in England” e con quello dalla parte opposta del cannello, composto di quattro o cinque numeri: il primo indica il gruppo, il secondo il tipo di bocchino e gli altri il modello della pipa.
Veramente ultimo e impenetrabile è il segreto dell’oil curing, ovvero la mescola che viene immessa nel fornello durante la lavorazione della pipa Dunhill, e che rende la fumata deliziosa e impareggiabile, secondo quanto affermano gli appassionati. Di che olio si tratta non lo possiamo dire con certezza, anche se sono state fatte analisi attentissime in laboratori specializzati, ma sul modo di applicazione qualcosa si è venuto a sapere. Quest’olio miracoloso viene spalmato all’interno del fornello e fatto asciugare con un ferro rovente: il procedimento dura anche diverse ore e viene ripreso più volte durante la finitura della pipa in lavorazione. Il risultato è una patina bruna, leggermente profumata, che ingentilisce molti tipi di tabacco e toglie completamente il sapore di legno delle prime fumate.

Bibliografia originale proveniente dal Primo Museo della Pipa di Gavirate: A. Dunhill, “Le Fin Fumeur”, 1928, Paris; A. Dunhill, “Export Catalogue”, 1937, London; M. Dunhill, “Our Family Business”, 1985, London. Hanno collaborato alla realizzazione del servizio: Francesco Bassi, Ugo Lorenzi, Renato Torriglia per il collezionismo; G. Santo De Candia per i segantini; Giorgio Musicò per le testimonianze; Alberto Pannelli per la bibliografia.

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