Alberto Paronelli

Alberto ParonelliGiuseppe Bozzini racconta Jean Marie Alberto Paronelli. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1984).

Alberto Paronelli

Sarei tentato di definirlo l’eminenza grigia del nostro mondo pipario, ma nessuno è più lontano di lui dal grigio. Se c’è un personaggio ricco di colore, tra quelli che vado incontrando per «raccontarli» qui, è proprio lui, Alberto Paronelli; anzi, per dire il nome intero come usa lui con un po’ di civetteria, Jean Marie Alberto Paronelli. Il fatto è che non esiste (almeno per ora) una pipa Paronelli, ma dietro molte pipe che fumiamo c’è lui: o perché le ha importate, o perché le ha disegnate, o ha dato l’idea, lo spunto per farle, ha suggerito soluzioni tecniche o estetiche, o soltanto ne ha parlato e scritto. Ecco spiegata quella definizione di eminenza grigia che gli calzerebbe a pennello, se non fosse tanto lontana dal tipo fisico e psichico dell’uomo. Dico subito che mi è simpatico, che passerei ore e ore con lui, a sentirlo raccontare, a curiosare fra le montagne di scartoffie e di oggetti che è riuscito a mettere insieme. Non sto a domandarmi se tutto quel che racconta sia oro colato; so che è sempre curioso, interessante (credo che sappia di pipe più di chiunque altro), divertente, se poi è condito con un pizzico di fantasia, niente di male. Anzi. Anche perché Paronelli è prima di tutto un poeta, nella capacità di immaginazione e nel rapporto con le cose. Mi piacerebbe conoscerlo nel ruolo di nonno, sono convinto che riesca a incantare i suoi tre nipoti. Oggi che veleggia sulla settantina (ma più che mai nel suo caso l’anagrafe è bugiarda), se gli si chiede cosa fa, risponde che scrive e dipinge. Aggiunge che l’azienda la mandano avanti i due figli (di cui uno ha anche una sua attività di ingegnere meccanico) e la figlia Astrid. Non è vero, naturalmente, figurarsi se lui non se ne occupa, anche questa è una delle sue civetterie. Ma l’import-export, la modellazione di teste che poi saranno prodotte in serie da una fabbrica italiana o straniera, la Clairmont che è la marca di casa, ordini e fatture, sembrano davvero soltanto sfiorarlo.

Mi accorgo che non sto seguendo il filo logico di un articolo che si rispetti, ma evidentemente sento l’influenza del personaggio. Ogni incontro con Paronelli è così, non hai ancora finito di osservare una bella pipa «per mancini» (sua creazione, ovviamente) che già ti devi commuovere su una cartolina spedita da un fantaccino francese alla sua innamorata dalle trincee della prima guerra mondiale (c’entra la pipa, ovviamente); hai appena avviato il discorso sulle pipe di legno d’olivo (anzi oleastro, che è olivo selvatico, da trattare con acqua marina perché perda l’oleoso e poi con acqua dolce perché perda il salmastro), ultimo interesse produttivo di Paronelli, che già sei riportato di colpo ai tempi di Napoleone e a certe cambiali — non onorate — per una fornitura di pipe fatta all’imperatore da un antenato. Nell’ascendenza di Paronelli c’è almeno un bisnonno che fabbricava pipe di terracotta, ma lui, Alberto, nel mondo pipario è entrato una quarantina d’anni fa, quasi di colpo e per caso. È vero che dalle sue parti, a Gavirate sul lago di Varese, si respira pipa da un secolo. Comunque, credo che abbia cominciato andando in giro per il mondo a venderle, le pipe, anche contando sulla padronanza di sette lingue. Partenza da zero, insomma. Per arrivare a una rinomanza internazionale, a rapporti di lavoro e di amicizia con chiunque nel mondo si occupi di pipe, con il paradosso che il nome di Paronelli è quasi più noto all’estero che in Italia. Eppure un po’ tutti, da noi, gli debbono qualche cosa, i fabbricanti come i rivenditori, gli artigiani come gli stessi fumatori. Gli deve qualcosa anche la cultura, e sia pure quella con la lettera minuscola che anch’io cerco di coltivare; la piccola cultura (ma sarà poi tanto piccola?) che documenta e indaga l’universale «vizio» del fumo, fatto sociale non certo trascurabile. 

I cassetti di Paronelli sono pieni di carte, documenti, stampe, utili per ripercorrerne la storia; a Paronelli si deve la scoperta e la documentazione di un delizioso «Ballet du tabac, dansé à Turin le Ier mars 1650» (ed è solo un piccolo esempio); la sua pubblicazione periodica icasticamente intitolata «La Pipa» è una miniera di informazioni e di «rivisitazioni» di un passato che ci appare come fumatori e come uomini. Mente fervida e mani mai ferme. La scultura di un Cristo ligneo è una sorpresa anche per me che già conosco i suoi piatti che sposano fantasia e pazienza di miniaturista. Dei dipinti è più geloso, per vederli bisogna prenderlo in un momento particolare. E i disegni tecnici. E i modelli di pipe, estrosi con misura (quando non si diverte a inventare qualche burla). E il puntiglio di escogitare marchingegni o di modificare arnesi e utensili. E la manipolazione dell’argilla, sulle orme dei grandi artigiani di Gouda. Come facevano quei diabolici olandesi a far pipe dai cannelli intrecciati, annodati, attorcigliati in mille modi fantasiosi? Lui ci riesce benissimo. Forma un lungo «maccherone» di argilla umida all’interno della quale ingloba una corda di canapa opportunamente ingrassata. A questo punto, il «maccherone» può essere piegato in tutte le forme, manipolato come si vuole. Il calore del forno, poi, indurisce l’argilla e fa carbonizzare l’«anima» di corda: un soffio e il cannello è libero, perfettamente pervio. Semplice, no? Basta solo pensarci e saperlo fare. L’ultimo amore di Paronelli (ultimo per ora, naturalmente) è la Sardegna. La frequenta per vacanza, ma soprattutto per la radica, per l’oleastro e per le pipe che gli fa Tom Spanu. Gli piace l’isola, gli piace la sua gente. Conosce bene il famigerato Supramonte di Orgosolo, ricco di erica, ed è convinto che se ne possano ricavare ancora ciocchi di splendida vecchiaia. Ha rapporti con la famiglia di Graziano Mesina, legata alla radica da antica consuetudine. Dice che gli piacerebbe mettersi a produrre pecorino (nell’isola, naturalmente) e ti fa subito i conti, tante forme tante lire; ma poi aggiunge di essere troppo vecchio.

Intanto, come un prestigiatore, da cassetti, scaffali, vetrine tira fuori gli oggetti più impensati, il sestante del capitano Cook e certe pipette di argilla nera che a Bellinzona davano agli appestati; degli stupendi blocchi d’ambra che gli arrivano per vie misteriose e una pipa mongola; una serie di boccali dipinti con scene storiche e lo strumento per tracciare la curva di un cannello; antichi stampi tedeschi per Schemnitz e vecchi disegni originali di Achille Savinelli (il primo, per il quale ha una grande ammirazione che, in verità, estende anche all’attuale Achille, da lui considerato uno dei pochi «creatori» della pipa moderna, con l’inglese Marshall, i francesi Claude e Jean (Jacques) Berrod, il danese Larsen). Il divertente è che mentre ti sommerge di cose e di oggetti, parla anche di altri che non si trovano, erano proprio qui, in questo armadio, chissà dove sono andati a finire.

Bisogna mettere ordine, è la frase che ricorre più spesso nel suo raccontare. Ma c’è un luogo dove davvero Paronelli sta facendo ordine. Senza clamore, senza l’aiuto di nessuno, con una cocciutaggine ammirevole, sta creando un Museo della Pipa (link). Il bello è che mi mostra lo «stato di avanzamento» (già notevole) come se fosse la cosa più naturale del mondo e non un’impresa che chiunque giudicherebbe impossibile per un uomo solo. Per un uomo che non si chiamasse Paronelli, ovviamente. Perché lui ce l’ha quasi fatta. Gli ho promesso che ne avrei parlato poco, e soprattutto niente fotografie, fino all’inaugurazione ufficiale. Quando? Non corriamo troppo, anche a Paronelli qualche volta i miracoli risultano se non difficili un po’ lunghi. L’edificio — una vecchia casa lombarda ristrutturata — è quasi pronto; e pronti sono molti contenitori, qualcuno disegnato appositamente da lui con il solito ingegnaccio. Un vecchio loggiato che si affaccia sul lago ha chiusure provvisorie, ma già ospita le attrezzature di un completo e affascinante laboratorio, compreso un tornio a pedale del 1858 di cui è lecito parlare perché è stato anche esposto a Genova.

L’ho detto: Paronelli mi accompagna per le varie stanze con tutta naturalezza, appena qualche cenno sull’indifferenza che circonda questa sua impresa. Accidenti se ha ragione. E allora, caro Paronelli, anche se non mi hai chiesto niente, sono lieto di dirti pubblicamente che gli amici di «Smoking» si schierano con te. Il luogo per un museo della pipa non potrebbe essere più indicato, su quel lago di Varese che ha visto nascere l’industria italiana del settore e che ancora oggi accoglie l’ottanta per cento della produzione. L’edificio è più che idoneo, di materiale da esporre ce n’è già in buona quantità (e interessante). E allora, signori fabbricanti di pipe, signor Monopolio, signore autorità di Varese, signori preposti al turismo e alle memorie storiche, che aspettate a dare una mano a Paronelli? E l’Accademia Italiana della Pipa, di cui proprio Paronelli fu tra i fondatori e il primo rettore, che aspetta a dare almeno il suo «imprimatur», visto che non ha mezzi più concreti? Una mano potrebbero darla anche i Pipa Club e perfino i singoli fumatori, che hanno magari in casa qualche «pezzo da museo». È chiaro, però, che Paronelli non può essere sommerso da una valanga di oggetti da sistemare, catalogare, esporre acconciamente. Il museo deve avere una sua struttura organica, deve restare aperto per ragionevoli periodi di tempo, deve «funzionare». Può un solo uomo garantire tutto questo? Evidentemente no. Abbandono la perorazione, della quale Paronelli sarà il primo a stupirsi (e non so neppure se ne sarà tanto contento) e torno brevemente al personaggio. Per dire che è stato il primo italiano ad essere ammesso nella «Confrérie des Maìtres-Pipiers» di Saint-Claude; che è anche membro della «Honorable Society of Pipe Smokers» americana; che non sa neppure lui quanti modelli di pipe ha disegnato o modellato con la terracotta o la plastilina. 

Ho trovato un foglio a stampa della «manifattura» Alberto Paronelli che risale a più di trent’anni fa. Il titolo dice: «Questa selezione di modelli popolari è scelta dai 2767 modelli sempre pronti». E sotto ai 70 disegni di pipe è scritto: «Questi modelli sono disponibili in più di 347 finissaggi» (notate la finezza di quel «più»). Sentite qualche nome dei modelli: Lost Paradise, Miss Italy, Imagination, Prelude, Talisman, Last Desire, Seventh Marvel, Moonlight, Symphony, Premier Bai, Eterna Giovinezza, Only You, Tutankamen, U. Boot 711; il numero 70 si chiamava Astrid, omaggio alla figlia. Ricordo che qualche anno fa lanciò lo «Spinn-line», una specie di bocchino per sigari, piuttosto largo, nel quale si poteva introdurre e fumare la stessa quantità di tabacco contenuta in una sigaretta. Quando è in vena di confidenze, racconta che ha fatto pipe per Stalin, lo Scià di Persia, Bing Crosby, Marion Brando, Harold Wilson. E il fumatore Paronelli? Fuma di tutto in tutti i tipi di pipa, seguendo l’impulso del momento (o quello che si trova sottomano). Consigli ai principianti? Seguite l’istinto, scegliete la pipa che vi piace tra quelle di media grandezza e di medio prezzo. Il futuro della pipa? Anni fa — ricordo — mi aveva detto che più di metà delle fabbriche di pipe esistenti nel mondo sarebbero scomparse. Diavolo d’un Paronelli, aveva visto giusto.

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