Del rispetto e dell’onestà
Da molti anni domina incontrastata la cosiddetta “questione morale”; accade nella società e, come specchi che tutto riflettono, anche i nostri forum pipotematici né paiono invasi, vuoi sottoforma di regolamenti preventivi vuoi sottoforma d’interventi moderatori. Cosa si chiede? Onestà e rispetto, rispetto e onestà. A mio avviso chiedere rispetto con tanta ottusa determinazione è semplicemente ammettere ce n’è poco in giro e che, al pari dell’onestà, è merce oramai rara. Fin qui l’ovvio. A ben riflettere, però, in qualunque sistema filosofico-religioso, in qualunque trattato di politica o di morale, in qualunque storia di uomini illustri e vita di santi, eroi, guerrieri, statisti, artisti e maestri di vita, l’onestà ed il rispetto non hanno mai avuto un grande rilievo e sono sempre stati un requisito automatico, sottointeso e, comunque, marginale. Ci sono trattati sulla tolleranza, discorsi sul metodo, critiche alla ragion pura, operette morali, diari del seduttore, ma non c’è trattato e neppure trattatello esclusivamente dedicato all’onestà ed al rispetto. Lo stesso si può dire delle virtù, umane e religiose: si parla di prudenza, fortezza, temperanza, giustizia e l’onestà ed il rispetto in tutto questo paiono essere un semplice corollario, una buona qualità naturale, come parte d’un corpo regolare.
Gli esempi davvero si sprecano e non mi pare che Pericle, Socrate, Lorenzo il Magnifico, Napoleone e Garibaldi si fossero distinti propriamente per il rispetto verso gl’altri o l’onestà che li impermeava da dentro. Ben altre sono le doti e le imprese che li hanno resi grandi, indipendentemente dalla loro capacità d’essere rispettosi ed onesti, e ritengo che questi siano null’altro che dei requisiti minimi che diventano enormi solamente quando i valori, quelli veri, sono così umiliati ed i comportamenti quotidiani così vili e meschini che anche soltanto la dignità ed il rispetto di sé stessi diventano qualità eccezionali. Dunque, pur sapendo d’essere in minoranza, sono tra quei pochi che non lamentano un carenza d’onestà e di rispetto nella società odierna – anche nelle sue appendici virtuali – ed è per questo che trovo inutile, se non dannoso, il cosiddetto politically correct relazionale e specialmente quando c’è di mezzo la comunicazione. E’ tutt’altro che manca: il pensiero non preconfezionato ed il coraggio d’affermarlo.
Latitando queste due capacità, a livello individuale, ecco che nelle società politicamente corrette – reali e virtuali - s’è spianata sempre più la strada per tutte quelle persone mediocri che, ogni due minuti, altro contributo non sanno portare se non quello di ricondurre qualsiasi discorso e qualsiasi suo possibile sviluppo tematico al rispetto reciproco, all’onestà ed all’uguaglianza tra i partecipanti. Occorrerebbe viceversa riportare al primo posto l’intelligenza l’intuito ed il talento, almeno nella comunicazione, perché chi è intelligente è anche dialetticamente sincero e sa benissimo che la mancanza di questa qualità non paga ma si paga, prima o poi. Lo sa perché l’intelligente, per sua condizione esistenziale, è portato a pensare sempre nella storia e chiedergli, in maniera ossessiva, di rispettare il prossimo è null’altro che un ricatto sociale, una pretestuosa premessa per annullare le sue qualità personali con l’obbiettivo d’assoggettarlo alla massa di cretini che vivono nella cronaca (forumistica, politica, calcistica e via discorrendo). Il vero problema, quindi, non risiede nella mancanza di rispetto e neppure nella disonestà ma nell’incultura generalizzata che pretenderebbe di tenere il libero pensiero perennemente in vacanza. No, direi che il rispetto manieristico non m’interessa ed alle comunità normalizzate - virtuali e reali - continuo a preferire l’intelligenza irresponsabile e l’autodisciplina dei singoli in cui, questa benedetta onestà, è sempre sottointesa e mai dichiarata essendo un valore, tutto sommato, scontato. La esige ad alta voce soltanto il disonesto, in modo sempre molto rispettoso, per essere così certo di trovarsi in posizione di vantaggio.

4 Febbraio 2010 alle 11:27
D’un bel tacer non fu mai scritto…..
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