D’una cartolina zazen
Una pipa alla volta, sostanzialmente mirando a sé stesso, come fanno gli arcieri che centrano sempre il bersaglio. Era divenuto così capace d’introdurre il nulla nelle sue lunghe fumate quotidiane che il tabacco stesso era nient’altro che un ingrediente di secondaria importanza, a cui non dedicare troppa attenzione.
Molti anni prima, e per lungo tempo, cincischiando in continuazione tra fornelli e miscele sempre diverse s’era quasi ammalato di paranoia ed aveva trascorso molte di quelle giornate ripetendosi in continuazione che doveva imparare a fumare la pipa. In quel periodo era talmente preso dall’obbligo di sperimentare ogni situazione possibile che non riusciva proprio a fermarsi, a contemplare nulla: non un tramonto, non una fotografia, non la pagina di un buon libro; nulla e niente di niente, mai. Ad un certo punto, sfinito nell’animo da quell’assurdo lavoro diurno che s’era imposto, per rilassarsi almeno un pochino s’accendeva una delle sue solite sigarette, oppure un mezzo toscano, non proprio del tutto demoralizzato ma sempre più persuaso del fatto che capire la pipa fosse quasi più difficile che imparare la raffinata arte del furto con scasso.
Una notte, in divino soccorso, gli venne un attacco d’asma così forte da far tremare le pareti del suo cuore ed in conseguenza di questo doloroso accidente si ritrovò addosso una paura tale che si convinse definitivamente ad abbandonare il fumo: troppo nocivo, troppo pericoloso, troppo stressante per il suo fisico non più giovanissimo. Così regalò i sigari avanzati e smise d’andare in tabacchino per comprarsi le sigarette.
Le sue poche pipe, stipate in malo modo in un cassetto del soggiorno, rimasero a dormire immobili per diversi mesi, completamente dimenticate del suo proprietario, che pure tanta maniacale attenzione gl’aveva dedicato ogni giorno pulendole, caricandole e fumandole sempre molto analiticamente ma evidentemente senza troppo intimo piacere, tranne quando non s’illudeva d’averne provato davvero, tra una sigaretta e l’altra, tra un sigaro e l’altro. Trascorsa altra acqua sotto i ponti venne poi un pomeriggio strano, soleggiato e quasi primaverile, di quelli in cui ti vien voglia di fare qualcosa di nuovo ma sei ancora intorpidito mentalmente dal lungo letargo invernale. Seduto sulla sua poltrona, mentre era intento a leggere un qualcosa che lo interessava per davvero, gli venne il capriccio d’aprire il cassetto del mobile accanto e, presa una pipa a caso, senza neppure guardarla o sceglierla tra le altre, se la mise a penzoloni in bocca continuando la sua lettura: spenta, senza tabacco nel fornello, e senza alcun desiderio di fumarla. Non rimase tuttavia insensibile al buon gusto di quella e, del tutto sovrapensiero, continuò a succhiarne i freddi aromi per una buona mezz’ora almeno.
Diverse ore più tardi, complice la solita insonnia che colpisce quando meno te lo meriti, si ritrovò nuovamente seduto sulla stessa poltrona, questa volta guardando la televisione, e nuovamente si mise ad assaggiare un’altra pipa fredda, ricordandosi della sensazione di piacevolezza avuta nel pomeriggio appena trascorso. Già questa volta, a differenza di poche ore prima, gli pareva di distinguere qualche aroma in particolare, magari figlio d’un tabacco che aveva marcato maggiormente la radica del fornello, ma non si sforzò d’indovinare quale potesse essere.
Ora, per non tediare troppo il lettore e per farla giustamente breve, sarà sufficiente aggiungere che quella giornata di Marzo segnò il suo lento, lentissimo, ma definitivo ritorno alla pipa; non al fumo, alla Pipa, che è faccenda assai diversa. Almeno per lui che, trascorsi altri anni ancora, oramai il bersaglio lo centrava sempre, sapendo dove mirare.

2 Febbraio 2010 alle 17:41
eheheh :-)))
2 Febbraio 2010 alle 21:55
Grazie Ramon! mentre stavo bevendo un fantastico Cabernet Sauvignon del South Africa e mi deliziavo con una carica di Grousemoor…pensavo di aver raggiunto il top…ma mi mancava di leggere questo post…:)…che trittico!!!