Dell’ospitalità moscovita
Domenica, 28 Febbraio 2010Il concetto di ospitalità moscovita vieta, direi in modo tassativo, di mandare a dormire i propri amici in albergo durante il periodo di permanenza in città. C’è da dire che le strutture ricettive sovietiche erano riservate unicamente alle persone in transito per motivi lavorativi e che quindi tutto sono tranne che luoghi confortevoli: vecchie, solitamente trasandate e piene di polverosissimi tappeti anni ‘50. Accanto a quelle, oggi come oggi Mosca offre tutta una nuova serie di ottimi alberghi in stile europeo ma la cultura dell’ospitalità moscovita ancora non è cambiata: se sei stato invitato a Mosca allora vitto ed alloggio s’intendono presso la dimora di qualche privato e, se chi ti ha invitato non ha sufficiente spazio domestico per accoglierti degnamente, è normale vedersi dirottati presso suoi parenti od amici; altra soluzione, molto in voga tra chi ha sufficienti risorse economiche, è quella di prendere un appartamento oppure una bella dacia in affitto per l’occasione. Tentare, per quanto educatamente, di evitare questa convivenza “forzata” viene ancor oggi vissuto con un certo disagio da parte dei moscoviti e la cosa più buffa è che questo accada indipendentemente dal contesto sociale in cui si viene catapultati.
Scomodando al proposito la nomenklatura internazionale sarà sufficiente evidenziare come il nostro premier Silvio Berlusconi sia notoriamente molto gradito all’opinione pubblica moscovita proprio perché – evidentemente ben consigliato – non si è mai sottratto al rito del dormire sotto lo stesso tetto del presidente russo Vladimir Putin. Pur essendo a tutti palese il fatto che si tratti d’una intimità costruita a tavolino, e se vogliamo dai risvolti mass-mediatici, per l’opinione pubblica ha avuto comunque un certo peso vedere “l’italiano numero uno” aderire di buon grado, e con evidente divertimento, al tradizionale protocollo dell’ospitalità russa. D’opposto segno l’esperienza moscovita dell’americano Bush Junior che, rifiutando quasi con sdegno quanto sopra, e nonostante i suoi successivi e ripetuti attestati riparatori di “sincera amicizia” per il Presidente russo, sempre s’è trovato di fronte al gelido putiniano commento: “Non abbiamo mai dormito nella stessa casa”. Tanto basta, anche tra le persone comuni e senza incarichi diplomatici, per iniziare l’esplorazione della capitale russa con il piede sbagliato.
Detto questo, i nuovi lussuosi alberghi a chi servono? Turisti senza agganci a parte, che comunque ben farebbero ad evitare le più economiche ma squallidissime megastrutture ricettive sovietiche, i moscoviti stessi utilizzano questi spazi per organizzarci feste, meetings, presentazioni di prodotti (moda soprattutto) e momenti di vero e proprio svago. Darsi appuntamento presso questi hotels, normalmente dotati di centri bellezza e salute, sale per fumare con walk-in enormi, biblioteche, casinò (non più dal 2009), cinema, negozi, autolavaggi, ristoranti e via discorrendo è pratica comune e quotidiana nella Mosca del biznezz. Questi nuovi super-alberghi, moderna rivisitazione dei Grand Hotels parigini tanto cari all’ottocentesca aristocrazia zarista mescolata al concetto di centro commerciale all’americana, rimangono appunto adatti per tutte quelle operazioni di facciata, smaccatamente esterofile, in cui i moscoviti amano sollazzarsi quando sono a caccia o di polli o di nuovi, vantaggiosi, contatti sociali. L’errore è credere che queste piacevoli e simpatiche situazioni siano appunto da intendersi come autenticamente intime e significative. In realtà non contano assolutamente nulla, molto meno che in altri paesi, e personalmente le ho sempre paragonate a delle vere e proprie messe in scena teatrali in cui ciascuno recita la sua parte valutando se sia il caso o meno d’iniziare, appunto presso il proprio domicilio, una vera e propria conoscenza.
C’è chi, descrivendo le caratteristiche dell’ospitalità moscovita, suggerisce d’agganciare il discorso alla lunga parentesi sovietica ovvero a quando vigeva la regola del pass interno per i residenti a Mosca, non solo capitale dell’Unione Sovietica ma da sempre anche città-stato indipendente, in perfetto stile greco. Essere intercettati con un piede fuori dall’albergo dopo le 22, e senza quel pass riservato ai residenti, equivaleva all’immediato arresto ed all’espulsione dalla capitale e questo colpiva sia i pochissimi stranieri allora presenti che tutti i russi non moscoviti. Avere la possibilità di pernottare presso i domicili privati equivaleva insomma ad avere maggiore libertà di movimento e soprattutto permetteva di godere di quella protezione amicale indispensabile per la sopravvivenza in un qualsiasi stato di polizia. Ancora oggi i moscoviti residenti godrebbero di privilegi negli spostamenti notturni ma la cosiddetta legge del “divieto di pernottamento e di libera circolazione in città” in realtà non riguarda più i turisti internazionali ma solamente i cittadini russi non moscoviti e viene applicata, alla fin fine, solamente nei casi in cui scoppino disordini d’un certo rilievo oppure come aggravante nei casi di reati criminosi.

