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Di Pease e della sindrome da bunker

Domenica, 31 Gennaio 2010

Maria Ivanovna, mia suocera, ancora giovanissima al lavoro.

Situazioni del tutto opposte, quali l’eccesso di povertà e l’eccesso di ricchezza, possono portare a quella che comunemente viene definita come “sindrome da bunker” ovvero all’accumulazione indiscriminata di beni di consumo. Nella Mosca tardosovietica che ho conosciuto di persona, ad esempio, ed ovviamente a causa della miseria diffusa e stratificata nel tempo, la sindrome da bunker aveva colpito tutte le classi sociali ed era riscontrabile in ogni casa, dalla più fatiscente a quella più lussuosa. Ricordo ancora oggi la nostra sorpresa quando, morta mia suocera, entrando nel suo studio personale all’Università di Mosca trovammo chili e chili di zucchero nascosti dietro gli armadi ed infilati in alcuni anfratti. Olga un pochino se ne vergognò ma il Rettore, all’epoca già molto anziano, la rassicurò dicendole che era normalissimo e che, anzi, per sua esperienza personale sarebbe stato stano il contrario. Ovviamente mia suocera non aveva alcuna vera ragione di stipare le scorte alimentari che io e Olga gli portavamo di tanto in tanto e già il suo buon stipendio di ricercatrice e la sua pensione sarebbero stati sufficienti ad assicurarle una discreta dieta.

Simile situazione, ma questa volta dettata dell’eccesso di ricchezza, ho riscontrato molti anni più tardi in un bel villino immerso nel verde e posizionato in prossimità del fiume Isonzo, in provincia di Gorizia. Qui la moglie di un mio stretto collaboratore  pareva essere in preda ad un vero e proprio raptus ed i tre enormi frighi e congelatori vari presenti nella casa non erano sufficienti a conservare tutto il cibo confezionato che lei, ostinatamente, continuava ad accaparrarsi. Venendo a noi fumatori è chiaro che la sopradescritta sindrome può essere individuata nell’accumulo di trinciati e miscele da pipa e, se è vero che è normale crearsi nel tempo delle scorte dei tabacchi che preferiamo fumare, è altrettanto vero che – l’eccesso di ricchezza mescolato al consumismo moderno – portano alcuni di noi a sovrabbondare inutilmente. Una popolazione storicamente vittima della sindrome da bunker per eccesso di ricchezza, la cosa sarà nota, sono proprio i nordamericani e, guarda caso, proprio qui si possono trovare non tanto sporadici casi ma una diffusa e generalizzata tendenza all’accumulo indiscriminato di beni di consumo (tabacchi compresi).

Parlando di blender, in questo contesto, è impossibile omettere d’accennare alla politica commerciale di Mr. Gregory Pease, scaltrissimo venditore statunitense che ben conosce i suoi polli, il quale – per le miscele da lui firmate – suggerisce caldamente che non siano consumate prima di due anni dalla data di confezionamento, ritenendole ancora spigolose ed immature. E’ chiaro: tu intanto compri, assaggi un paio di oncie, e poi immagazzini qualche chilo nel tuo garage rimpinguando così le tasche della sua premiata ditta. Ora, dovendo ragionevolmente motivare ai suoi clienti il perché di suddetta pratica, Mr. Pease s’è inventato che le sue miscele siano paragonabili al vino e che, quindi, necessitino d’un adeguato periodo di riposo per  la maturazione dei tabacchi contenuti (ottenendo così una maggiore levigatezza, sopratutto dei virginia). Un qualsiasi fumatore immune dalla sindrome da bunker, anche mediamente intelligente, opporrebbe la seguente ovvia considerazione: “Scusa caro Greg, ma perché non stocchi tu le migliaia di tin che firmi e non le metti in vendita solamente quando ritieni che siano pronte per il consumo?”

Sorvoliamo sulla risposta, che evidentemente scoperchierebbe la strutturale debolezza economica della sua personale tobacco enterprise - sostenuta guardacaso proprio dalla C&D - e limitiamoci a dire che, nell’America più profonda, probabilmente ancora vittima dei fantasmi della guerra fredda, tale espediente ha portato svariati fumatori a stoccare quantità quasi assurde di tabacchi ancora perfettamente sigillati od, al massimo, conservati in enormi contenitori ermetici. Oggi, via internet, queste scorte vengono catalogate (con siti costruiti ad hoc) ed esibite con un certo orgoglio quasi che le tin piene, ancora tutte da fumare, siano da considerarsi motivo di vanto e contribuiscano ad implementare il curriculum vitae del perfetto fumatore di pipa americano. Inutile dirvi che sono dell’avviso esattamente opposto: per me, conta esclusivamente ciò che si è fumato e le uniche fotografie di tin a cui riconosco qualche valore sono quelle in cui queste vengono dichiarate oramai vuote; non piene, o mezze piene. A strisciare la carta, credo, siano capaci proprio tutti ed, in questo caso, l’unico vero rischio per la salute è una fastidiosissima tendinite al polso. La sindrome da tobacco-bunker, a volte promossa anche da qualche web-fumatore nostrano,  corre e si diffonde on line e concludo aggiungendovi un buon link esemplificativo: Tobacco cellar? Aging tobacco? What?