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Dello scrivere sulla Pipa

Martedì, 29 Settembre 2009

4103 Ring Grain, Rattray’s Professional e Torben Dansk Latakia Cypern

Mettiamoci, per una volta, dalla parte di chi ci guarda fumare e scrivere: la pipa è noiosa? Prendendo in prestito una citazione al poeta Albert Samain io risponderei così: “E’ hashish, dà fuoco all’immaginazione”. Ed è vero; quando prendiamo confidenza con questo oggetto e sentiamo il desiderio d’andare avanti nell’esperienza la nostra fantasia si eccita ed in quei momenti noi ci stiamo, metaforicamente, drogando. La differenza con le droghe “normali” è che assumiamo una sostanza che esalta le nostre curiosità ed il nostro benessere psicofisico, li fortifica, li educa, invece di annichilirli e comprimerli, di fatto annullandoci. Ma, ancora: il giovane fumatore di pipa del 2009 può essere considerato, per gusto stilistico, un decadentista? A mio avviso si, ammesso però che si conosca il senso vero di questa etichetta formale: nulla di trasandato, nulla di mortifero; racchiude semplicemente l’idea di conservare una – grande - tradizione mentre sta per svanire miscelandola con il sentimento e con il germe del nuovo.

Questa miscela, vista la natura degli ingredienti, non può che produrre unicità distinte e separate; ed infatti ogni fumatore di pipa, ogni suo cultore, è un mondo a sé: nello stile del fumare e nel rapportarsi alla pipa entrano in gioco anche gli umori, gli stati d’animo, le variazioni quotidiane e cicliche che ci caratterizzano. La nostra unicità è la somma d’una componente di razionalità - la tradizione -, di ordine, di conoscenza e poi d’irrazionalità data dalla vita di ognuno, dalla sua anima, dal suo spirito, dal suo corpo. Per tentare di comprendere gli altri fumatori, la loro interpretazione del lento fumo, allora occorre andare a cercare nella vita degli stessi perché questa è talmente importante che diventa essenziale per la comprensione delle loro parole, del loro stile. C’è assoluta necessità di umanizzare il rapporto con l’altro, il che però non significa necessariamente svilirlo, declassarlo a chiacchiericcio regolamentato.

Se pensassimo, ad esempio, di parlare di pipa e d’altro con Vincent Van Gogh è palese il fatto che la sua vita, più che le sua opera artistica, ingombrerebbe ogni nostra disquisizione sul tema. Sapendo, come oggi sappiamo, della sua infelicità, della sua solitudine, della sua malinconia, saremmo già inizialmente predisposti  e tolleranti verso ogni suo eccesso. Oppure gli opporremmo cretinamente un regolamento da forum scritto da cani per i cani che siamo? Ci priveremmo della sua presenza per la sua incapacità di vivere dentro i ranghi della normalità? Ovviamente saremmo, in questo caso, facilitati dai dati biografici di cui disponiamo. Però è anche vero che si possa procedere al buio: grazie all’intuizione; indovinando l’altro. Facendo attenzione di porci il più possibile dalla parte opposta delle idee generali – leggi stereotipi, luoghi comuni, classificazioni preconcette – scopriremmo quanto sia inevitabile, presto o tardi, desiderare nell’altro la diversità e l’autenticità. C’è sempre un margine di mistero e d’improbabilità che andrebbe preservato, o addirittura costruito con cura, anche e soprattutto attraverso le parole che usiamo ogni giorno: nello scrivere sulla Pipa, come nell’osservare una donna che si sveste, è sicuramente più affascinante ciò che ci rimane inedito, velato, intrasparente.