Del teschio e della pipa
Lunedì, 31 Agosto 2009Il tempo consuma ogni cosa, riduce tutti ad un’identità, ad un’uguaglianza che soltanto la morte consente. Nelle allegorie medioevali – ed anche in quelle barocche – la morte viene sempre rappresentata dall’immagine di un teschio, che inevitabilmente risulta pressoché identico a qualsiasi altro cranio sbiancato dal trapasso. La mia pelle riveste un teschio unico, diverso da quello di ciascun uomo transitato su questo pianeta ma, nonostante le differenze, esso può dirsi uguale a tutti gli altri: il teschio riconduce a identicità ciò che i lineamenti, i tratti somatici, rendono distinguibile durante la vita. Per questo motivo, presumo, costituisca l’emblema dell’uguaglianza nella morte: annulla il divario tra belli e brutti e tra ricchi e poveri. Ci accomuna non solo idealmente, spiritualmente, ma proprio fisicamente.
Dal canto loro, le nostre pipe, vivono un’esistenza differente, con noi vivi ma soprattutto con noi morti. Come per tutte le mie altre cose, anche nel collezionismo ho sentito l’esigenza d’essere pronto alla dipartita. Non sono occasionali o periodici pensieri cupi e tristi, è un modo d’essere, d’esistere, e quindi di vivere anche questa passione. Ho seguito sempre con vivo interesse il destino postmortem delle pipe dei personaggi noti, anche poco noti, oppure noti solamente a me. Senza voler fare esempi troppo specifici, che risulterebbero probabilmente anche sgradevoli ai più, personalmente prendo le distanze dal destino di certe collezioni, di valore o meno che fossero. Non mi è piaciuto, comunque, assistere alla vendita on line di questi oggetti.
Il voler sempre più minuziosamente dimensionare la mia collezione, specializzarla, facendola contemporaneamente crescere di valore e significato, ha per me una ragione esistenziale che va molto oltre il valore commerciale delle pipe stesse. In realtà, parlando di pipe, non ho mai dato alcuna importanza al loro costo: costino dieci oppure mille euro per me non fa alcuna differenza perché le interpreto come una prolungazione di me stesso e non come un’appendice estranea. Oggi fumo Dunhill, tra dieci anni potrei fumare Castello e tra venti chissà che cosa. Qualsiasi sia il mio parco pipe, monomarca o meno, monoforma o meno, sarà sempre la risultante di riflessioni e di scelte che mi rappresentano, o che mi hanno rappresentato, una volta passato a miglior vita.
Per questa serie di ragionamenti sento sempre l’urgenza d’essere pronto, o quasi; mai perfetto ma sempre teso in quella direzione. Mi piace pensare che di pipe io ci capisca sempre più, ma so bene che non è vero in senso assoluto; e, soprattutto, so che non ha alcuna importanza, almeno per me. Io sono un fumatore di pipa, non un artigiano che le produce, non un commerciante che le vende, non un presidente di pipaclub che le promuove. Nella mia dimensione è più che sufficiente mantenermi innamorato, cosa che peraltro mi viene naturale. A questo proposito, proprio ieri, ero a pranzo in un bel ristorante di Marano Lagunare con mia madre per festeggiare il suo compleanno ed osservavo, con la coda dell’occhio, come lei ad un certo punto carezzasse con la punta delle dita la mia bruyere 5103 appoggiata al cestello portavino. Ovviamente si è trattato di pochi attimi ed io non ho detto nulla riferendomi a quel gesto dettato probabilmente dalla sola curiosità tattile di lei.
Però sono queste le cose a cui io do importanza, da umanista della pipa ma ancor prima da essere umano. Certo, direte voi, mi piace fumare di lusso. Ma fumerei altrettanto bene qualsiasi pipa carezzata in quel modo da mia madre, che vedo molto di rado, perché qualsiasi pipa che m’accompagna nel quotidiano porta con se la mia vita ed è per questa ragione che sono particolarmente attento al suo simbolismo. Vorrei che questi miei attrezzi da fumo, e faccio in modo che siano davvero pochi e ben riconoscibili, non si perdano nel dimenticatoio una volta svanito io. Vorrei che alla fine fossero conservati da persone, anche non fumatrici, capaci d’una carezza simile di tanto in tanto; capaci di vederci me riflesso, tra le sinuosità d’una fiamma oppure nella periferia d’un occhio di pernice. Non serve che io m’illuda nel pensare che verranno lucidate e fumate, mi basta sapere che continueranno ad essere amate.
Come concluse Dylan Thomas: e la morte non avrà più dominio.

